Grasso attacca il Pd di Renzi. Matteo salda l’asse con Franceschini

Matteo Renzi, e Piero Grasso. ANSA/CLAUDIO PERI
Matteo Renzi, e Piero Grasso. ANSA/CLAUDIO PERI

FERRARA. – “Chi può dia una mano al Pd” o il rischio è “una tragica irrilevanza”. Andrea Orlando e Gianni Cuperlo si rivolgono ai padri nobili Walter Veltroni e Romano Prodi. Una loro parola darebbe forza alla minoranza Dem nel chiedere a Matteo Renzi “atti concreti” nella costruzione di una coalizione che riunisca tutto il centrosinistra in vista delle elezioni. Ma è gelido il silenzio del Professore: “E’ una tragedia, l’Italia rischia il baratro”, è lo sfogo raccolto da Repubblica.

E i timori di non riuscire a costruire un’alleanza larga crescono anche nella maggioranza Dem. Renzi ostenta tranquillità, fa sapere che darà la sua road map lunedì, e rinsalda l’asse con Dario Franceschini. Ma da fuori Pietro Grasso attacca: “Il Pd era quello di Bersani, non c’è più”. Grasso per la prima volta ammette che sì, “se ci sono le condizioni forse” ha voglia “di fare politica”.

E torna a spiegare il suo addio al Pd: “Il Pd era quello del bene comune. Quello di Bersani insieme a Sel”. Non – è sottinteso – quello di Renzi. A Grasso già guardano come leader Mdp, Si e Possibile. Con lui parla anche Campo progressista, con l’obiettivo di una sinistra “non residuale”. Mentre gli uomini vicini a Pisapia osservano che al momento non vedono margini per un’alleanza con Renzi: è “inaccettabile”, dicono, fare la sua “lista civetta”.

Col treno Pd il segretario Dem fa tappa in giornata a Treviso, Porto Marghera, Padova, Rovigo e Ferrara. Rilancia la battaglia sulle banche, incontrando i risparmiatori delle venete e di CariFerrara. Affronta i contestatori e incassa il sostegno dei supporter. Evita ogni discorso sulle coalizioni. Ma, assicurano i suoi, è anche lui “al lavoro”, come tutti i dirigenti Pd, per tessere la tela delle alleanze.

Più di quel che ha concesso – correre da alleati ciascuno con il suo leader o fare le primarie di coalizione – non può. Ma Mdp viene reputata irrecuperabile. Con tutti gli altri, dalla Bonino a Pisapia, fervono i contatti: quando verranno definiti i collegi, si inizierà – spiegano i renziani – a entrare nel dettaglio. E il fischio di fine partita suonerà solo al deposito delle liste.

Il lavoro sotterraneo non basta, incalza Andrea Orlando: “Servono atti concreti o rischiamo di fare la riedizione 2.0 del Psi prima Repubblica”. Orlando è pronto a presentare un documento con Michele Emiliano per incalzare Renzi in direzione. Ma potrebbe servire a poco, perché i numeri sono tutti per il segretario. Renzi ha anche rinsaldato, dopo le incomprensioni degli ultimi mesi, l’asse con Dario Franceschini, che lo accompagna a Ferrara e poi a cena a Ravenna con Riccardo Muti.

Anche se chi è vicino al ministro mostra disappunto per uscite come quella di Matteo Orfini (“alleanze non a tutti i costi”). Le preoccupazioni espresse dalla minoranza Dem ora iniziano però a emergere anche nei ragionamenti dei parlamentari di maggioranza, convinti che il tempo stia per scadere. E a rasserenare il clima non contribuiscono battaglie di Renzi come quella sui vitalizi: i senatori orlandiani minacciano di non votare la legge e denunciano la tentazione dei renziani di chiedere al governo di mettere la fiducia. In un clima del genere, nulla è escluso, neanche la scissione. La evoca Gianni Cuperlo, così: “Se non ricostruiremo l’unità ci ritroveremo di fronte a un bivio e ognuno di fronte a una scelta”.

(dell’inviata Serenella Mattera/ANSA)

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