Università, Gentiloni: “Dopo decenni, inversione di tendenza”

 

ROMA. – Un cambio di passo c’è stato, ma ora bisogna insistere. Per recuperare ritardi e gap rispetto agli altri paesi europei e per allargare la platea di persone con ampie conoscenze di base. E’ una fotografia con luci e ombre quella che è emersa dalla giornata di riflessione sull’Università italiana organizzata dal Miur.

“Stiamo cercando di risalire la china: veniamo da decenni di crisi, di difficoltà” ha ricordato il premier Gentiloni “orgoglioso” che nella legge di bilancio si decida di assumere “nelle università e negli enti di ricerca 1611 nuovi ricercatori”. “Purtroppo le statistiche ci dicono – ha osservato – che spesso hanno fatto le nozze con i fichi secchi: siamo in alto per numero di pubblicazioni, ma indietro su quantità di risorse”.

Qualche passo avanti si sta facendo anche sul fronte delle risorse. “Nel 2018, rispetto al 2015, l’Ffo (fondo di finanziamento ordinario) delle università tornerà a crescere circa del 6,4%, pari a quasi mezzo miliardo di euro in più” ha messo in evidenza la ministra Fedeli convinta che gli investimenti nel sistema universitario siano investimenti per il Paese”.

“Da 20 anni – ha rivendicato – non si facevano. Ora dobbiamo consolidare la scelta e farla avanzare”. Che ci sia ancora molto da fare è emerso dai tanti interventi che si sono succeduti nella giornata. Intanto, l’università italiana, come ha denunciato il presidente della Crui, Gaetano Manfredi “è fatta di vecchi”.

“Il blocco del turn over e la crisi dei finanziamenti hanno prodotto l’innalzamento dell’età media dei docenti: 56 anni per i professori ordinari, 52 per gli associati, 51 per ricercatori. Il numero degli under 40 si è dimezzato dal 2008 e anche i ricercatori a tempo determinato non sono giovani visto che il 40% ha oltre 40 anni e solo il 2% ha meno di 30 anni”. E poi gli stipendi “non sono competitivi”: la metà o un terzo di quelli dei paesi confinanti. Tra le criticità anche il numero ancora troppo basso di laureati.

“L’Italia – come ha spiegato il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco – è in grado di produrre eccellenze ma difetta nel produrre una grande platea di persone in grado di avere una conoscenza di base quale è quella necessaria oggi per poter vivere in questo mondo”.

Un ruolo importante possono averlo le aziende che “devono puntare – ha suggerito il leader di Confindustria, Vincenzo Boccia – ad “alto valore aggiunto, alta intensività di produzione, alta intensità di investimenti”, nello scenario di “una sfida economica rilevante” tra potenze industriali. C’è, per esempio, una qualità di formazione “degli ingegneri che, anche al Sud, è un elemento di attrattività degli investitori”.

Sul nodo risorse ha insistito il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo: “l’Italia è quartultima nel mondo come spesa dopo Cile, Messico e Turchia”; quartultima negli investimenti, “ma non certo come qualità perché su questo, per fortuna, ci salva il nostro dna”.

Un piano straordinario di assunzioni per professori e ricercatori è stato invocato dalla leader della Cgil, Susanna Camusso per la quale un banco di prova importante è quello del rinnovo dei contratti.

Anche la ministra Fedeli, chiudendo i lavori, ha auspicato che le buone intenzioni comincino a tradursi in fatti già dal passaggio contrattuale. Ma soprattutto – ha concluso – deve essere chiaro che l’investimento nella filiera del sapere “è una scelta del Paese senza la quale non si crea crescita”.

(di Tiziana Caroselli/ANSA)