Svolta Russiagate: Mueller sente Miller, il consigliere di Trump

Pubblicato il 10 novembre 2017 da ansa

Il procuratore speciale Robert Mueller

 

WASHINGTON. – Il procuratore speciale Mueller procede a grandi falcate nelle indagini sul Russiagate, che irrompono adesso nella cerchia più ristretta del presidente Donald Trump alla Casa Bianca. Mueller ha interrogato Stephen Miller, consigliere politico del presidente e figura di primissimo piano alla West Wing, considerato l’uomo dietro a molte delle ‘policy’ che l’amministrazione ha intrapreso anche a fronte di dure critiche. Ed è il personaggio di più alto livello finora ascoltato nell’ambito delle indagini.

Al centro del’interrogatorio ci sarebbe stato tra l’altro il suo ruolo nel licenziamento del capo dell’Fbi James Comey, stando a quanto riferiscono media Usa, sottolineando che uno degli obiettivi degli investigatori è capire se dietro alla gestione del caso Comey ci sia stato un tentativo da parte della Casa Bianca di ostacolare le indagini sul Russiagate.

Ma sul radar degli inquirenti resta anche l’incontro che si svolse nel marzo del 2016 in piena campagna elettorale in cui il ‘volontario’ George Papadopoulos si propose per organizzare un incontro tra Trump e Vladimir Piutin, e a cui era presente anche Miller.

Emergono intanto dettagli sulle indagini che riguardano l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn, e suo figlio, Michael Jr., concentrate sul tentativo di rimuovere a forza dagli Stati Uniti Fethullah Gulen, l’ex imam che secondo Ankara sarebbe il cervello del fallito colpo di stato in Turchia del 2016. Lo scrive il Wall Street Journal.

I due Flynn sarebbero stati pagati 15 milioni di dollari per consegnare Gulen, che dal 1999 vive in esilio tra i boschi della Pennsylvania, alle autorità turche. Il piano, secondo il Wsj, sarebbe stato concordato in un incontro dello scorso dicembre al ristorante ’21’ di New York, uno dei preferiti di Donald Trump, dove Flynn e i rappresentanti della Turchia avrebbero discusso la possibilità di trasportare Gulen su un jet privato nell’isola-prigione turca di Imrali. Agenti dell’FBI avrebbero interrogato almeno quattro persone a conoscenza dell’incontro. Flynn all’epoca era stato nominato da Trump consigliere per la sicurezza nazionale.

Ma se il Russiagate, pur nel lavoro incalzante di Mueller, si prospetta un’indagine lunga e laboriosa, nell’immediato è un altro lo scossone che mette in evidenza certe fragilità del partito repubblicano, dei suoi leader, del loro rapporto con la Casa Bianca in generale e con il presidente Trump in particolare.

Nell’occhio del ciclone c’è l’ex giudice della Corte Suprema dell’Alabama Roy Moore, candidato al Senato sostenuto da Steve Bannon, accusato da una donna di averla molestata sessualmente quando aveva 14 anni e lui ne aveva 32. I fatti, racconta Leigh Corfman, risalgono al 1979, e all’epoca Moore era un procuratore distrettuale.

Il leader della maggioranza repubblicana in Senato, Mitch McConnell, ha detto subito che se le accuse riportate fossero vere Moore dovrebbe ritirarsi dalla corsa. Ed è la posizione abbracciata dal presidente Donald Trump. Però il dilemma è concreto sull”opportunità politica’ di spingere per un ritiro di Moore dalla competizione elettorale.

Perché potrebbe consumarsi in Alabama – via Moore – lo strappo fra le due anime del partito: Moore, sostenuto dall’ex stratega della Casa Bianca Steve Bannon, ha vinto le primarie del Grand Old Party in Alabama poche settimane fa, battendo il candidato dell’establishment repubblicano (appoggiato anche dal presidente Donald Trump) Luther Strange. Dovrebbe ora sfidare il candidato democratico per occupare il seggio lasciato vacante dall’attuale ministro della giustizia Jeff Sessions.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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