S&P, Venezuela di nuovo in default “parziale”

Pubblicato il 22 novembre 2017 da redazione

Per S&P il Venezula è di nuovo in default

Per S&P il Venezula è di nuovo in default

 

CARACAS – A parlarne questa volta è l’agenzia S&P Global Rating. Il Venezuela non ha pagato, nelle date stabilite, 237 milioni di dollari corrispondenti a capitale e interessi di obbligazioni con scadenze al 2025 e 2026. E, quindi, l’agenzia di rating ha dichiarato il Paese in default parziale.

Non è la prima volta che S&P si occupa del Venezuela. Nei giorni scorsi, infatti, era la Holding petrolifera Pdvsa al centro dell’interesse dell’agenzia a causa del pagamento di alcuni bond avvenuto oltre i tempi stabiliti.

Nel caso dell’industria petrolifera il mancato pagamento di capitale e interessi è assai grave per le conseguenze che ne deriverebbero. Infatti, i creditori potrebbero decidere di procedere al sequestro dei beni di Pdvsa all’estero. Un embargo arrecherebbe gravi danni poiché priverebbe al Paese del denaro necessario per il proprio funzionamento. Come si sa, l’economia del Venezuela dipende in un 95 per cento dal petrolio.

Per il momento le agenzie di rating sono state molto prudenti, e invece della parola “default” hanno parlato di “eventi creditizi”. Ma il tentativo di non agitare i mercati, che può funzionare in un primo momento, non ottiene più lo stesso effetto quando, come sta accadendo nel caso del Venezuela, l’insolvenza diventa assidua. Non importa se il Paese, comunque, paga poi i propri debiti.

Default e creditori

L’Associazione Internazionale di Swap e Derivati, a causa dell’insolvenza del Venezuela ha deciso di dichiarare la statale del petrolio in default facendo scattare il pagamento automatico delle assicurazioni sul debito ai possessori delle obbligazioni venezuelane.

Il Paese, quindi, è tra l’incudine e il martello. Da un lato non può venir meno al pagamento del debito estero, se non vuole entrare in default con tutte le conseguenze che ne deriva, e dall’altro per pagare il debito, oggi, deve sacrificare le importazioni di prodotti di prima necessità. Farlo in un periodo natalizio e in procinto di una elezione potrebbe avere dei costi assasi alti. In altre parole, potrebbe essere il detonante di nuove e più violente proteste.

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