Mattarella scioglie le Camere. Gentiloni garante di stabilità

Tranquillità Mattarella, anche su tanti retroscena prematuri

 

Palazzo del Quirinale.

 

ROMA. – La diciassettesima legislatura è giunta al termine. Finirà domani, 28 dicembre 2017, dopo cinque anni movimentati, che hanno visto alternarsi tre governi, e in mezzo alle polemiche per la grande incompiuta, la legge sullo ius soli. Per approvare la riforma sulla cittadinanza ai bambini stranieri manca una maggioranza al Senato: lo dovrebbe certificare in mattinata il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni nella tradizionale conferenza stampa di fine anno.

Ed è proprio alla luce di questo dato di fatto, che dichiara esaurita l’agenda delle Camere, che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firmerà, con ogni probabilità nel pomeriggio, il decreto di scioglimento delle Camere. Il governo guidato da Gentiloni resterà in carica, senza dimettersi, per gli affari correnti a garantire continuità istituzionale e della stabilità del Paese, fino alle elezioni che dovrebbero svolgersi il 4 marzo e nel tempo che sarà necessario a formare il nuovo esecutivo.

A poco più di un anno dal suo insediamento, Gentiloni traccerà nella conferenza stampa di fine anno il bilancio finale del suo mandato. Rivendicherà le cose fatte: dai risultati sulla crescita consolidati, in continuità col governo Renzi, ai dati “straordinari” di riduzione degli sbarchi; dagli interventi sulle crisi bancarie, al rinnovo, dopo dieci anni, del contratto degli statali.

E più in generale rivendicherà di avere garantito la stabilità, nel difficile anno seguito alla bocciatura del referendum costituzionale. Continuerà a farlo, d’accordo con il presidente della Repubblica e rispettando quanto prescrive la Costituzione, anche nei prossimi mesi di “interregno”.

Il presidente del Consiglio dovrebbe anche esprimere il suo rammarico per non aver condotto in porto una legge, sullo ius soli, da lui fortemente voluta. Ma con lo sfaldamento della maggioranza e il riposizionamento dei senatori in vista della campagna elettorale, i numeri non sono tali da garantire il via libera: una eventuale fiducia sul testo, rischierebbe di avere come unico effetto la caduta del governo.

Dunque sembrano destinati a cadere nel vuoto gli appelli in extremis di esponenti della minoranza Pd, da Luigi Manconi a Gianni Cuperlo. Quegli appelli, osservano fonti parlamentari, sono stati accolti da un silenzio imbarazzato dei Dem e nessun tipo di segnale politico che possa cambiare le carte in tavola: fine dei giochi.

Così domani, al termine della sua conferenza stampa, il premier dovrebbe salire al Quirinale. Mattarella ascolterà lui poi, intorno alle 15.30, i presidenti di Senato e Camera, Pietro Grasso e Laura Boldrini. E al termine dei colloqui dovrebbe dare il via al processo di scioglimento delle Camere, che segnerà la fine della legislatura. Il decreto sarà controfirmato da Gentiloni e dovrebbe svolgersi alle 18.30 un Consiglio dei ministri.

Sul tavolo del Cdm ci sono anche il decreto per il via alla missione in Niger e il decreto sulle intercettazioni, ma i ministri potrebbero essere convocati per un nuovo Consiglio venerdì 29 Intanto a Gentiloni, anche alla luce dei sondaggi che ne certificano una popolarità superiore a quella degli altri leader politici, molti guardano per un possibile bis, nel caso in cui il voto con il Rosatellum non dovesse consegnare una maggioranza parlamentare certa.

C’è chi invece ipotizza che lo stallo costringa al ritorno alle urne, uno scenario nel quale l’attuale governo potrebbe rimanere in carica fino all’autunno. Da “dirigente di partito prestato a fare” il premier (così si è definito qualche settimana fa), Gentiloni dovrebbe per ora confermare di essere in campo per il Pd, che lo vorrebbe schierato in un collegio uninominale a Roma e in due Regioni, Piemonte e Puglia.

(di Serenella Mattera/ANSA)