Buco da 20 milioni, chiesta imputazione per tre francescani

Pubblicato il 09 gennaio 2018 da ansa

 

MILANO. – La Procura di Milano dovrà chiedere il processo per appropriazione indebita per tre frati, ex amministratori di tre enti dei Frati Minori, nell’inchiesta su un ammanco nelle casse dei francescani da circa 20 milioni di euro. Lo ha deciso il gip Maria Vicidomini non accogliendo la richiesta di archiviazione, a cui si era opposta la Casa Generalizia dell’Ordine dei Frati Minori, e disponendo l’imputazione coatta. L’inchiesta vedeva indagato anche un “sedicente investitore-fiduciario”, Leonida Rossi, poi morto suicida.

In particolare, il giudice, dopo la richiesta di archiviazione presentata dai pm Adriano Scudieri e Sergio Spadaro e l’atto di opposizione di uno dei tre enti, la Casa Generalizia dell’Ordine dei Frati Minori, rappresentata dal legale Federico Pezzani, ha deciso di disporre l’imputazione coatta per Giancarlo Lati, ex economo della Casa Generalizia, per Renato Beretta, ex economo della Provincia di Lombardia San Carlo Borromeo dei Frati Minori, e per Clemente Moriggi, ex economo della Conferenza dei ministri provinciali dei Frati Minori d’Italia.

Stando a quanto stabilito dal giudice, i pm dovranno formulare la richiesta di rinvio a giudizio (poi al vaglio di un gup) per tutti e tre i frati per il reato di appropriazione indebita che veniva loro contestato, mentre il gip ha fatto cadere per Moriggi l’accusa di autoriciclaggio. Le indagini erano scattate tra fine 2014 e metà del 2015 con le denunce presentate dagli stessi tre enti dei Frati Minori, nelle quali già si segnalava che i tre frati avevano posto in essere, come emerge degli atti, “operazioni di investimento, promosse e gestite da un sedicente fiduciario-investitore, tale Leonida Rossi”, persona “sprovvista di qualsiasi autorizzazione per lo svolgimento di attività finanziarie” e che si sono “concluse con la mancata restituzione dei capitali investiti”.

Rossi, 78 anni, italo-svizzero, dopo che era emerso il suo coinvolgimento nell’indagine si era impiccato nella sua villa a Lurago d’Erba, in provincia di Como, nel novembre del 2015. I tre enti avevano denunciato “gravi irregolarità nella gestione finanziaria” tra il 2007 e il 2014 con “consistente e reiterato flusso di denaro, per un importo superiore a 24 milioni di euro, dalle casse degli enti verso conti correnti bancari ubicati in Svizzera nella disponibilità di Rossi”.

Per i pm, però, “l’assenza di prova di un fine di profitto personale da parte degli economi, ovvero degli altri religiosi a cui gli stessi economi dovevano riferire” portava ad escludere l’ipotesi di appropriazione indebita, anche perché i soldi sarebbero, in sostanza, spariti. Di diverso avviso, invece, il gip che ha ordinato l’imputazione coatta.

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