Sen. Micheloni: considerazioni sulle elezioni politiche del 4 marzo

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Sen. Claudio Micheloni.

CARACAS. – Dal Senatore Claudio Micheloni riceviamo e volentieri pubblichiamo

Care compagne, cari compagni, care amiche, cari amici,

Vi scrivo per dare risposta alle richieste di informazioni e chiarimenti che mi sono giunte da molte persone, in merito alle vicende successive alla mia decisione di uscire dal PD.

Non ripercorro le ragioni di quella decisione, se non per ricordare che l’ho assunta, non a caso, al termine della legislatura, senza che la stessa preludesse ad alcuna candidatura, come risulta evidente anche dalla scelta di aderire al gruppo misto. Pur stimando molte compagne e compagni impegnati a sinistra del PD, e condividendo con loro una storia e molte idee, non avevo trovato convincenti le modalità, i contenuti e non ultima la tempistica della scissione.

Ho guardato, invece, con molto interesse e qualche speranza alla scelta compiuta dal Presidente Grasso, al quale ho riconosciuto un notevole coraggio e assicurato la mia disponibilità a dare una mano al progetto di Liberi e Uguali. Dati i tempi a disposizione, a dir poco stretti, e le condizioni di partenza, che per benevolenza potremmo assimilare al caos primordiale, dare una mano significava essenzialmente candidarsi, e questo è ciò che mi è stato chiesto.

Poiché non considero la politica come uno sport individuale, ho cercato di capire, insieme a diverse compagne e compagni che prima e dopo di me avevano scelto di lasciare il PD, se ci fossero le condizioni per costruire una presenza significativa di LeU all’estero, e in particolare in Europa.

Tali condizioni erano essenzialmente due: che ci fosse un’attenzione, un interesse nel mondo associativo, nella sensibilità di tante persone che si sono allontanate dal PD perché è stato quest’ultimo a deluderne le aspettative e a contraddirne i principi; che ci fosse una volontà politica consapevole e condivisa, da parte della nascente formazione politica, di rivolgersi a queste persone, di avanzare una proposta inclusiva, aperta al contributo di antiche e nuove energie.

In sintesi: la prima condizione sussisteva, la seconda no.

Se è vero che la politica è uno sport di squadra, è vero pure, almeno dal mio punto di vista, che si pratica all’aperto, e più gente partecipa meglio è; altri, invece, prediligono i palazzetti coperti e riscaldati, dove solo pochi abbonati possono godersi lo spettacolo.

La mia impressione, che spero sia smentita in futuro, è che oggi in Liberi e Uguali, almeno all’estero, diverse persone in buonissima fede concepiscano la politica come un laboratorio di scrittura creativa, ovviamente a numero chiuso: faranno i conti con la realtà, più prima che poi. Altre, più consapevoli, considerano la sinistra come una succursale del sindacato: una visione che danneggia entrambi, come ben sapevano Bruno Trentin e altri illustri dirigenti del passato.

Io, di certo, non ho la verità in tasca.

Osserverò con attenzione gli sviluppi di questa campagna elettorale, e cercherò di dare il mio contributo da cittadino e da elettore. Noi residenti all’estero abbiamo almeno un vantaggio: possiamo votare le persone, oltre che le liste, attraverso le preferenze, ed è un motivo in più per scegliere con cura a chi attribuire la nostra fiducia.

Non ritengo utile entrare nel merito di situazioni particolari se non per esprimere la mia preoccupazione per quello che mi pare il capolavoro di Liberi e Uguali, che è riuscita a far convivere un verticismo esasperato in Italia e un settarismo arrogante in Europa.

In generale, penso sia opportuno considerare il grado di rappresentatività di coloro che si candidano a entrare in Parlamento per parlare a nome degli italiani all’estero: distinguere chi ha vissuto davvero l’emigrazione da chi l’ha solo sfiorata, o letta sui libri, o peggio ancora usata per costruire una carriera politica.

Credo ancora che ci sia lo spazio, aggiungerei pure la necessità, di una sinistra riformatrice seria e credibile, antica nei principi e negli obiettivi, innovativa nelle proposte e nel modo di esercitare la funzione della rappresentanza. Non è questione di mera tecnica, ma di scelte: facciamo politica per rappresentare noi stessi, il nostro ego e i nostri interessi, o per dare rappresentanza agli altri, a partire da coloro che non hanno voce?

Dal 5 marzo in poi saremo in molti a porci il problema di ricostruire una sinistra degna di questo nome, in Italia e all’estero. L’unico consiglio che mi sento di dare, soprattutto ai più giovani ma non solo a loro, è questo: partecipare, informarsi, spendere una parte del proprio tempo per costruire un futuro migliore per tutti.

È essenziale, e lo si può fare in molti modi.

Un abbraccio fraterno,

Claudio Micheloni