Schiaffo a Trump, la Corte suprema salva le tutele dei dreamer

L'ira del tycoon: 'Il programma voluto da Obama è illegale'

NEW YORK. – Nuovo schiaffo a Donald Trump sull’immigrazione. La Corte Suprema Usa si è infatti rifiutata di “intervenire immediatamente” sul caso dei dreamer, come aveva chiesto la Casa Bianca. Il programma di protezione degli immigrati irregolari entrati negli Usa quando erano bambini – varato da Barack Obama e osteggiato dal tycoon – resta dunque in piedi ed entra in un limbo che potrebbe durare parecchi mesi. Ogni decisione sembra infatti destinata a slittare alla prossima legislatura, dopo le elezioni di metà mandato a novembre.

A tirare un sospiro di sollievo circa 700 mila persone che dal prossimo 5 marzo rischiavano l’espulsione, dopo tanti anni di permanenza e di lavoro negli Stati Uniti. “Il programma sui dreamer è chiaramente illegale e incostituzionale”, insiste la Casa Bianca, che torna ad attaccare i giudici che hanno impedito la sua fine. “Vedremo quel che succederà”, è finora la reazione di Trump.

La vicenda ebbe inizio lo scorso settembre, quando il presidente americano annunciò che non avrebbe rinnovato il Daca (Deferred Action for Childhood Arrivals) alla sua scadenza del 5 marzo. Una mossa decisa anche per mettere pressione su repubblicani e democratici in Congresso, affinché raggiungessero un accordo complessivo sulla riforma dell’immigrazione.

Accordo finora fallito, anche per l’impossibilità di trovare un compromesso sulla costruzione del muro al confine col Messico. Un punto che il tycoon non vuole tenere separato dalla questione dei dreamer. A mettere i bastoni tra le ruote ai piani di Trump ancora una volta sono stati però due giudici distrettuali federali, come avvenne per il bando sui musulmani.

A dicembre un magistrato di San Francisco ha emanato un’ordinanza a livello nazionale che confermava il Daca, intimando all’amministrazione di prorogarlo e di permettere ai ‘dreamer’ interessati di rinnovare il loro status. Pochi giorni fa un’ordinanza simile è stata adottata anche da un giudice distrettuale di New York.

Da qui la decisione di Trump di forzare le procedure e di rivolgersi direttamente alla Corte Suprema, scavalcando il grado di appello, in aperta polemica con la magistratura. Una mossa inusuale, visto che l’alta corte in passato ha deciso di pronunciarsi senza prima attendere il giudizio di appello solo su questioni di estrema gravità ed emergenza nazionale: come nel caso delle intercettazioni di Richard Nixon nel 1974, o della crisi degli ostaggi con l’Iran nel 1981.

In questo caso invece i nove ‘saggi’ hanno deciso di non intervenire. E intanto si spaccano su un’altra questione delicatissima: il futuro dei sindacati in America. I quattro giudici di nomina democratica ritengono che vietare il pagamento delle quote obbligatorie avrebbe come conseguenza la fine dei sindacati. Per i quattro ‘saggi’ conservatori, invece, si può rovesciare la sentenza del 1977 secondo la quale gli stati possono consentire ai sindacati del settore pubblico di chiedere il pagamento anche ai non iscritti, a patto che i fondi raccolti servano effettivamente per la rappresentanza e per le trattative sui contratti di lavoro, e non per attività e iniziative di carattere politico. Il voto decisivo potrebbe essere proprio quello di Neil Gorsuch, il giudice nominato da Donald Trump.

(di Ugo Caltagirone/ANSA)