Trovato il segnale dell’alba dell’universo, accesa dalle prime stelle

Trovato segnale dell'alba dell'universo, accesa dalle prime stelle.

MILANO. – Colto il ‘vagito’ delle prime stelle dell’Universo: cercato per oltre 20 anni da astronomi di tutto il mondo, è rimasto impresso in un segnale catturato da una piccola antenna radio nel deserto australiano. Per la prima volta dimostra che le stelle sono nate ‘appena’ 180 milioni di anni dopo il Big Bang, accendendo la luce che ha posto fine alla cosiddetta Età Oscura dell’Universo.

I loro raggi ultravioletti hanno diradato la fredda nebbia di idrogeno che permeava il cosmo, generando un debole segnale dalle caratteristiche inattese, probabilmente dovute all’azione della materia oscura, la materia invisibile che occupa il 25% del cosmo.

La scoperta, che apre le porte alla nuova fisica, è pubblicata sulla rivista Nature dal gruppo internazionale guidato da Massachusetts Institute of Technology (Mit) e Università dell’Arizona. “Quando ho visto lo studio ho pensato: wow! E’ un risultato che attendevamo da oltre 20 anni, una vera pietra miliare che ci permetterà di capire meglio l’evoluzione dell’Universo, di cui le stelle sono i mattoni fondamentali”, commenta entusiasta Ettore Carretti, ricercatore dell’Istituto di Radioastronomia dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) di Bologna.

Il segnale che riscrive la ‘biografia’ dell’Universo è stato intercettato dall’antenna radio Edges che, pur essendo grande quanto un frigorifero, è riuscita a trovare la traccia delle prime stelle andando più indietro nel tempo di quanto non abbia fatto il potente telescopio spaziale Hubble. Ci è riuscita distinguendo il loro ‘vagito’ da interferenze migliaia di volte più forti. E’ stato come “ascoltare il battito d’ali di un colibrì nel mezzo di un uragano”, spiegano i ricercatori.

Questo segnale “sarà un importante punto di partenza per nuove misurazioni – sottolinea Carretti – che ci permetteranno di mappare la nascita delle stelle nelle diverse regioni del cielo, valutando anche la velocità con cui hanno modificato la nebbia di idrogeno intorno a loro”.

Presto “si scateneranno anche i teorici, che dovranno formulare nuovi modelli per spiegare il motivo per cui il segnale trovato è due volte più ampio del previsto: questo ci fa pensare che l’idrogeno gassoso era più freddo di quanto ipotizzato in base alla fisica del Modello standard”.

Se l’anomalia dovesse dipendere dall’ interazione con la materia oscura, come ipotizzato sempre su Nature da Rennan Barkana dell’Università di Tel Aviv, “allora – conclude Carretti – potremmo iniziare già a definire alcune proprietà della particella di materia oscura, che a quanto pare potrebbe non essere più ‘pesante’ della massa di qualche protone”.

(di Elisa Buson/ANSA)