Welfare familiare aiuta i giovani, fuori casa a trent’anni

Autonomi 4 anni dopo Ue. Upb, sorpassati in povertà dai 24-55enni

ROMA. – I giovani italiani rimangono a casa, protetti dalle mura domestiche, in media fino a 30,1 anni. E, grazie a questo welfare informale di tipo familiare, riescono ad attutire gli effetti della crisi: nella classifica del Fondo Monetario internazionale i 18-24enni rimangono tra coloro che hanno visto crescere di più la povertà ma, se si considera l’impatto del sostegno familiare, vengono invece scavalcati in peggio dalla fascia d’età compresa tra i 24 e i 55 anni.

Ad incrociare i dati sulla povertà del Fmi e quelli democratici di Eurostat è l’Ufficio Parlamentare di Bilancio che, nella sua ultima analisi ”flash” evidenzia come i giovani italiani rimangano di più a casa – 30,1 anni nel 2017 – superando di quasi quattro anni la media europea di 26,3 anni.

In Germania i giovani sono autonomi in media a 23,6 anni, in Francia a 23,8 anni. In Svezia a 20,7 anni. Anche in Spagna l’ ”emancipazione” dalla famiglia arriva un anno prima. Lo studio non dice se questo è l’effetto della propensione ad essere bamboccioni o choosy. O se, come appare evidente dal fatto che l’età per uscire di casa è salita dai sempre tanti 29,8 anni del 2007, il rimanere in casa è dovuto alla difficoltà di trovare lavoro o un reddito per rendersi autonomi con vitto e alloggio.

Per comprenderlo comunque basta incrociare i dati della disoccupazione giovanile, in Italia al 31,5% negli ultimi dati di gennaio, contro il 16,1% dell’Ue a 28 Paesi. Rimanere a casa rappresenta di certo uno scudo contro la crisi. “Il welfare informale familiare è stato – spiegano gli economisti dell’Upb – un potente fattore di sostegno per i giovani schiacciati tra alti tassi di disoccupazione e bassi livelli di reddito”.

Ma, con una rielaborazione dei dati sulla povertà del nucleo familiare di appartenenza che tenga conto anche della data di uscita da casa, cambiano gli effetti dell’impatto della crisi sulle diverse fasce d’età. Mentre per l’Ue28 si conferma che i 18-24enni sono i più penalizzati (con una crescita del 3,3% del tasso di povertà relativa), in Italia l’evidenza è diversa.

Rimane una crescita del 2,5% del tasso di povertà relativa dei giovani, che però vengono superati dal +4% di tasso di povertà della fascia tra i 25 e i 54 anni. Ma così si tamponano solo per poco le difficoltà. La soluzione – viene indicato – può arrivare solo da politiche attive sul lavoro, che consentano di rendere indipendenti e favorire capacità e talenti. Ma anche di alleggerire i genitori dal peso dell’aiuto.

“Non va sottovalutato – spiega l’Ufficio Parlamentare di Bilancio – che il sostegno da parte dei genitori implica nella maggior parte dei casi una riduzione del loro reddito equivalente”. E per le famiglie già povere l’onere diventa insostenibile.

(di Corrado Chiominto/ANSA)