Trump firma i dazi. Undici Paesi siglano un’intesa anti-Usa

WASHINGTON. – Sfidando la comunità internazionale, i mercati e le istituzioni finanziarie mondiali (ultimo in ordine di tempo Mario Draghi), il suo partito e alcuni ministri chiave, Donald Trump vara i dazi al 25% sull’acciaio e al 10% sull’alluminio con una cerimonia in pompa magna alla Casa Bianca, davanti ai rappresentanti del settore.

Ma, mentre 11 Paesi rispolverano il patto commerciale transpacifico (Tpp) in funzione anti-Usa, sceglie una soluzione “flessibile”, riservandosi di aumentare o abbassare i dazi in qualsiasi momento e di esentare provvisoriamente alcuni Paesi: come l’Australia, o il Canada e il Messico, quest’ultimi però solo in subordine ad una efficace rinegoziazione dell’accordo di libero commercio nordamericano Nafta. Eccezioni che rischiano di aprire il vaso di Pandora delle richieste per un trattamento speciale.

Il segretario al commercio Wilbur Ross ha spiegato che le esenzioni saranno basate sugli interessi della sicurezza nazionale Usa, intesi in senso lato, dall’occupazione agli effetti su singole industrie. Il tycoon si era detto “impaziente” di firmare le nuove misure sin dal mattino su Twitter, annunciando subito però “grande flessibilità e cooperazione verso quelli che sono i veri amici e ci trattano equamente, sia sul piano commerciale che militare”.

Un criterio ribadito poco più tardi in una riunione di governo alla Casa Bianca, l’ultima di Gary Cohn, “un globalista che tuttavia mi piace ancora e che ho la sensazione ritornerà”, ha sottolineato il presidente, riferendosi al consigliere economico dimissionario perché contrario ai dazi. “Saremo molto equi e molto flessibili”, ha insistito Trump.

“Abbiamo relazioni molto buone con l’Australia, abbiamo un’eccedenza commerciale con questo paese formidabile, un partner di lunga data”, ha detto anticipando la sua esenzione dalle tariffe. “Faremo qualche cosa con altri Paesi”, ha proseguito, mostrandosi però molto critico con Berlino, e non solo sul commercio: “Abbiamo amici e anche dei nemici che si sono approfittati enormemente di noi da anni su commercio e difesa. Se guardiamo la Nato, la Germania paga l’1% e noi paghiamo il 4,2% di un pil molto più importante. Questo non è giusto”.

L’Ue ha già pronte misure di ritorsione sino a 3,5 miliardi di dollari su un’ampia gamma di prodotti americani, realizzati in particolare nei ‘red state’, per mettere in difficoltà Trump nelle elezioni di midterm. Anche la Cina, vero bersaglio per il suo eccesso di produzione sovvenzionata di acciaio, è sul piede di guerra e minaccia “un’appropriata e necessaria risposta”.

“Scegliere la guerra commerciale è una soluzione sbagliata. Alla fine si danneggiano gli altri e sé stessi”, ha affermato il ministro degli Esteri Wang Yi. Ma la risposta forse più preoccupante per gli Usa l’hanno già data gli undici Paesi che hanno firmato in Cile una nuova versione del Tpp, un accordo di libero scambio che copre 500 milioni di consumatori abbattendo i dazi. Tra i firmatari, che insieme rappresentano il 13,5% dell’economia mondiale, ci sono anche alleati di primo piano degli Stati Uniti, come Canada, Giappone e Australia.

L’intesa era stata proposta negli anni scorsi da Barack Obama per fermare l’ascesa di Pechino ma poi Trump aveva deciso di uscirne: ora gli Usa ne diventano il bersaglio, mentre la Cina potrebbe essere spronata ad entrare. Ma per adesso Trump, stretto tra il Russigate e lo scandalo dell’affaire con la pornostar Stormy Daniels, tira dritto sui dazi, incurante anche della lettera di 107 parlamentari repubblicani timorosi che una guerra commerciale freni la crescita Usa.

(di Claudio Salvalaggio/ANSA)