Bomba Fano: la città libera all’alba dopo 21 ore da incubo

Un momento delle operazioni di rimozione dell'ordigno della Seconda Guerra Mondiale innescata involontariamente a Fano. ANSA

FANO (PESARO URBINO). – Dopo 21 ore da incubo, culminate ieri sera con l’evacuazione di 23 mila persone dal centro storico, dalla zona Sassonia e dalla periferia sud, Fano è stata ‘liberata’ poco prima dell’alba dall’Esercito Italiano e e dalla Marina Militare che, con un intervento ad altissimo rischio, hanno rimosso e affondato in mare un ordigno bellico inglese della Seconda Guerra Mondiale, carico di 225 kg di tritolo e potenzialmente molto pericoloso.

Era ‘affiorato’ durante gli scavi in un cantiere dell’Aset in via Ruggeri. Finalmente il sindaco Massimo Seri e la città intera hanno potuto tirare una sospiro di sollievo con la rimozione della bomba imbragata, portata in mare aperto e poi affondata due miglia al largo di Fano. La pericolosità dell’ordigno, accidentalmente innescato durante il ritrovamento, era emersa nel pomeriggio di ieri: gli artificieri del Genio Ferrovieri avevano scoperto che si trattava di un ordigno ad armamento ‘ritardato’, con possibilità di esplodere dalle 6 alle 144 ore.

Da qui la convocazione del Centro Operativo Comunale (Coc) e la decisione del prefetto di Pesaro Urbino Carla Ciancarilli di ordinare l’evacuazione dei residenti in un raggio di circa 1.800 metri dal punto del ritrovamento. Ma invece di allontanarli per vari giorni, con potenziali problemi soprattutto per le persone non trasportabili perché ammalate o con problemi di deambulazione, su consiglio di Esercito e Marina, è stata scelta la soluzione ‘rapida’: evacuazione di poche ore e intervento immediato per rimuovere la bomba.

Fano era in gran parte una città ‘fantasma’: via i residenti, finestre sbarrate, strade deserte, presenti solo mezzi con i lampeggianti e personale delle forze dell’ordine, dei vigili del fuoco e della Protezione civile. Evacuati anche la stazione e, parzialmente, l’ospedale Santa Croce e varie case di riposo, con sospensione dei servizi di pronto soccorso. Bloccata la linea ferroviaria, chiusi porto, e spazio aereo.

Un clima surreale a cui Fano, centro di vacanze balneari, ha reagito con maturità e compostezza rispettando i piani di emergenza. Molti hanno trascorso la notte dai parenti, tanti altri l’hanno passata nelle palestre e nelle chiese messe a disposizione in attesa si completasse l’intervento di messa in sicurezza. Croce Rossa e Protezione civile si sono occupate della parte logistica e dell’assistenza alla popolazione.

Mentre un terzo della popolazione si è ritrovato sfollato, le istituzioni, in testa il prefetto e il sindaco Massimo Seri, hanno gestito l’emergenza terminata prima dell’alba. “Pericolo cessato, l’ordigno è in mare – ha annunciato Seri dopo le 5:30 – si torna alla normalità”.

Revocate le ordinanze di chiusura e sospensione delle attività di uffici e negozi, sono rimaste chiuse oggi solo le scuole. Inibite però la navigazione e le altre attività nello specchio di mare dove è stato depositato l’ordigno. Trascorse le 144 ore durante le quali potrebbe esplodere, verrà eventualmente reso inoffensivo.

Portarlo al largo della costa è stata un’operazione complessa e pericolosa, che ha richiesto una fase preparatoria più lunga di quella operativa. Artificieri del Reggimento Genio Ferrovieri dell’Esercito e dei Subacquei della Marina hanno messo a rischio la loro incolumità per evitare problemi alle persone più indifese che non potevano spostarsi dalle zone di residenza: hanno imbragato la bomba, l’hanno fatta scivolare su un solco scavato sulla sabbia e l’hanno agganciata con un cavo di 400 metri a una motovedetta della Guardia Costiera.

L’ordigno è stato fatto transitare tra i frangiflutti e un subacqueo l’ha sganciato dal cavo mandandolo a fondo. “Un buon lavoro di squadra”, hanno esultato prefetto e sindaco, ringraziando le istituzioni che hanno agito in sinergia. Prime fra tutte Marina e Esercito: grazie a loro, secondo il prefetto Ciancarilli, si è scelta la soluzione migliore con i minori disagi.

(dell’inviato Daniele Carotti/ANSA)

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