Rivive la Resurrezione di Piero della Francesca

Nella combo iI Cristo prima e dopo il restauro de 'La Resurrezione' di Piero della Francesca a cura dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze. 23 marzo 2018. ANSA/ UFFICIO STAMPA MUSEO CIVICO PIERO DELLA FRANCESA

SANSEPOLCRO (AR). – Gli occhi del Cristo hanno ritrovato l’infinita solitudine dell’uomo che torna spirito. I drappeggi del manto rosa scendono sulla ferita ancora aperta del costato. Intanto i soldati, con i calzari nuovamente coloratissimi, sonnecchiano appoggiati alle lance. E sullo sfondo quelle fortezze, venute fuori tra le colline del paesaggio e l’azzurro del cielo terso.

Dopo tre anni di studi e restauri, torna a mostrarsi nella sua lucentezza la Resurrezione, capolavoro assoluto e iconico di Piero della Francesca, che il Vasari definì “di tutte le sue, la migliore”, addirittura “la pittura più bella del mondo” nel 1925 per il romanziere inglese Aldous Huxley, oggi pietra miliare di ogni studioso di storia dell’arte e simbolo di quello scrigno di capolavori che è il piccolo comune toscano di Sansepolcro (AR) e del suo Museo Civico.

Un lungo intervento, realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e dalla Soprintendenza di Arezzo e Siena, reso possibile dal mecenatismo di Aldo Osti, manager della Buitoni a lungo vissuto qui, che ha messo 100 mila euro pur di salvarlo. “Oggi scopro un’ariosità che nemmeno sospettavo”, dice, continuando a ringraziare lui per il risultato, non lesinando una stoccatina a chi potrebbe fare e non fa. “Mi auguro porti beneficio al senso civico degli italiani, che in questo lasciano alquanto a desiderare”.

Poi la scena torna tutta a “Piero”, come lo chiamano qui, e alla Resurrezione, opera intimamente legata alla storia di Sansepolcro e anche sua salvezza, quando nel ’44, il giovane capitano di batteria dell’esercito alleato, Anthony Clarke, all’ultimo non la bombardò ricordandosi di quel capolavoro che avrebbe rischiato di distruggere.

Il restauro ha salvato il dipinto murario dai segni del tempo e dei sismi, di una canna fumaria che ne minava la sopravvivenza e persino di precedenti interventi che avevano fortemente aggredito l’opera (si contano circa 40 piccole puliture), “lavata” nell’800 pure con soda caustica. Ma ha anche rivelato nuovi tasselli della sua storia.

“Oggi possiamo affermare con certezza quel che a lungo avevamo sentito dire: il dipinto venne spostato qui da un altro luogo, forse anche da una parete esterna sull’arengario – dice Cecilia Frosinini, Direttrice del Settore Restauro Dipinti Murali dell’Opificio – E’ dunque uno dei più antichi e monumentali trasporti a massello della storia dell’arte. Decidere di portarlo qui, nel Palazzo della residenza e nella Sala dei Conservatori del popolo”, dove un tempo si riuniva l’Assemblea cittadina “fu una scelta identitaria”.

Il restauro ha detto molto poi su tecniche e modi di lavorare del Maestro, senza mai un “ripensamento”. “Oggi sappiamo anche che i verdi sono i più deboli, così come il rosa del manto doveva essere più carico”, ma debellata la solfatazione, “malattia” degli intonaci dipinti, “abbiamo scelto di fermarci davanti alla consapevolezza della storia, senza intervenire artificiosamente e lasciando parlare il tempo”.

Ora, aggiunge la direttrice dei lavori per la Soprintendenza, Paola Refice, “bisogna assicurare alla Resurrezione una manutenzione ordinaria. Non deve accadere mai più che un’opera arrivi ad aver bisogno di interventi così importanti”.

Molti, però anche, i misteri che restano irrisolti, come la datazione, che gli studiosi hanno spesso fissato fra il 1450 e il 1465, ma che nuove ricerche documentarie posticipano al 1470. Sul luogo di origine e sul motivo che spinse a tagliare muro e pittura (con bordi “falsi” ricostruiti successivamente) per spostarla. E su quel soldato, meno addormentato di altri, con cui Piero per molti si è immortalato in un sempiterno autoritratto.

“Restaurata e messa in sicurezza, anche dal punto di vista sismico – dice il sindaco Mauro Cornioli – da domenica la Resurrezione tornerà a mostrarsi ai visitatori del museo. Ma all’imbrunire, tutti potranno continuare ad ammirarla, illuminata fino a mezzanotte, dalla grande porta aperta su Piazza Garibaldi”.

(di Daniela Giammusso7ANSA)

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