Siria: May e Macron superano lo scoglio dei Parlamenti

LONDRA. – Critiche, distinguo, qualche polemica sull’ordine di fuoco dato d’autorità dai governi, in scia ai tweet di Donald Trump. Ma lo scoglio parlamentare sui raid in Siria è stato superato senza danni: a Londra e a Parigi, per Theresa May come per Emmanuel Macron. A cose fatte e missili lanciati.

L’arena più calda è tutto sommato la Camera dei Comuni britannica, dove l’opposizione laburista ha consistenza e la leadership del vecchio pacifista Jeremy Corbyn prova a farsi sentire. Ma la premier conservatrice non cede di un millimetro e l’assemblea, in maggioranza, esprime al massimo un po’ di disagio, non certo una ribellione di massa.

May giustifica l’azione militare come “giusta e proporzionata”, ripete che è stato un intervento “limitato”, per dire ‘no’ al presunto uso delle armi chimiche da parte del “barbaro regime di Assad” senza sottostare “ai veti della Russia”, non per volersi inserire nella guerra civile né mirare a rovesciare il rais di Damasco.

Rivendica poi l’asserito “successo” dei colpi assestati, elencando i bersagli uno per uno, e si aggrappa alle informazioni concordanti di “fonti aperte e d’intelligence” per definire “altamente probabile la responsabilità del regime” nel presunto attacco di Duma senza aspettare le indagini degli ispettori internazionali dell’Opac.

Mentre replica a chi mette in dubbio la cornice legale dell’operazione richiamandosi alla dottrina dell’interventismo ‘umanitario’ cavalcata a più riprese dall’Occidente nell’ultimo quarto di secolo e da vari governi britannici “di diverso colore”: dall’epoca della guerra del Golfo, ricorda, al conflitto del Kosovo del ’99 (quando a Downing Street c’era il laburista interventista Tony Blair).

Motivazioni che non convincono affatto Corbyn, il quale definisce “discutibile” la legalità dello strike di domenica scorsa, anche sulla base del rapporto di un luminare di Oxford del Diritto Internazionale, il professor Dapo Akande, fatto proprio dal Labour. E accusa May d’aver evitato col pretesto inesistente dell’urgenza “lo scrutinio” preventivo delle Camere, invoca una legge ad hoc (War Powers Act) per imporre in avvenire il voto parlamentare obbligatorio prima di qualsiasi azione bellica, salvo eccezioni definite, e sfida la rivale a viso aperto sia sull’accoglienza ai profughi siriani sia sul preteso rapporto di sudditanza con Washington: “Il primo ministro deve rispondere a questa Camera non al presidente Trump”, tuona, incurante delle furiose proteste dei banchi Tory.

E’ questo del resto l’unico argomento, ripreso da altri deputati laburisti, su cui May si stizzisce: “Nessuno mi ha dato istruzioni in nessun momento, ho agito nell’interesse nazionale britannico”, ribatte, lasciando capire d’essere pronta a farlo ancora. E ignorando non solo la proposta di Corbyn sul War Powers Act, ma pure quella del veterano conservatore Kenneth Clarke, ex cancelliere dello scacchiere e custode della sacralità dei diritti del Parlamento, per l’istituzione almeno d’un comitato di garanzia bipartisan incaricato di dettare le regole future sui poteri di guerra. La sostanza del ragionamento è secca.

L’esecutivo ha le sue responsabilità e il giudizio delle camere elettive in talune circostanze può ben essere dato dopo. Sulla fiducia. Esattamente come sostiene il premier Edouard Philippe, alla stessa ora, nel dibattito (senza voto) all’Assemblea Nazionale di Parigi: “Le informazioni raccolte dalla Francia e dagli alleati attestano della realtà dell’attacco chimico in Siria”, giura a sua volta. Le contestazioni della destra di Marine Le Pen o della sinistra di Jean-Luc Melenchon possono andare agli atti.

(di Alessandro Logroscino/ANSA)