Riparte la produttività italiana, spinta anche dal lavoro

ROMA. – La produttività dell’economia italiana, misura dell’efficienza del sistema Paese, riparte. Nel 2017 sfiora un punto percentuale di crescita, invertendo la rotta rispetto al ‘rosso’ registrato l’anno precedente. In effetti era da tempo che l’indice appariva debole, tanto che il rialzo messo ora a segno (precisamente +0,9%) risulta il più alto da sette anni. Ma quel che più conta è la performance della produttività del lavoro, da sempre considerata una zavorra: l’anno scorso è cresciuta dello 0,7% dopo un 2016 nero, in cui aveva perso addirittura un punto.

A tenere il conto è l’Istat, che in primavera, come ogni anno, aggiorna le serie. Dati che, stavolta, girano a favore. D’altra parte, il mercato del lavoro è in ripresa e la conferma arriva anche dall’Ocse. L’organizzazione parigina indica la Penisola tra gli stati membri più virtuosi nel contrasto alla disoccupazione. Certo, molto dipende dal livello da cui si parte. E l’Italia, come Grecia e Spagna, resta annoverata tra i Paesi dove il fenomeno dei senza posto raggiunge i picchi più elevati.

Ma in fatto di produttività del lavoro lo Stivale non era messo meglio, anzi. Al netto dell’ultimo exploit, negli ultimi venti anni la crescita era rimasta pressoché piatta, con valori che ci vedevano fanalino di coda a livello europeo. Ecco che l’aumento emerso ora appare come il più forte dal 2013.

A rafforzarsi è anche l’input che arriva dalle macchine, o meglio dal fattore capitale. In questo caso l’anno precedente non si erano registrati valori negativi ma il 2017 consegna comunque un miglioramento (dal +1,0% al +1,4%). Il segno meno resta invece davanti all’indicatore relativo alla tecnologia, (-0,8%) ma almeno la caduta rallenta (era -2,9%). La conseguenza è che la produttività totale, il valore aggiunto realizzato rispetto ai mezzi impiegati, alza la testa. Insomma, progresso c’è stato.

Tante sono le leve che possono avere inciso: dalle innovazioni digitali all’evoluzione delle tecniche manageriali, passando per gli avanzamenti della conoscenza. Probabilmente anche la consapevolezza che la bassa produttività pesava come un macigno ha portato a guardare in modo diverso al problema. E’ così ad oggi ammonta a 31.690 il numero dei contratti aziendali o territoriali che hanno beneficiato della detassazione dei premi di produttività (con un’aliquota agevolata al 10%).

A monitorarne l’andamento è il ministero del Lavoro, precisando che i contratti “attivi”, in vigore, sono 9.952. La pratica sembra però ad esclusivo appannaggio del Nord, che raccoglie il 78% dei casi. Anche gli incentivi Industria 4.0 potrebbero avere esercitato un effetto, ma il bonus sul salario di produttività è la misura con l’impatto più diretto. Tanto che la Cisl avverte come dal prossimo esecutivo non si accetteranno passi indietro: “chiederemo – dice Luigi Sbarra – di dare assoluta stabilità e continuità” alla detassazione, in campo ormai da due anni.

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