Finisce l’era dei Castro, Diaz-Canel presidente di Cuba

Miguel Diaz-Canel (57 anni), con Raul Castro.

L’AVANA. – Finisce l’era dei Castro a Cuba. Il Parlamento dell’Avana si riunisce per eleggere il successore di Raul alla presidenza, un voto che porrà fine a quasi 60 anni di governo prima di Fidel e poi del fratello, ma che difficilmente risolverà le contraddizioni dell’isola, stretta fra la necessità delle riforme e la fedeltà al modello comunista.

I 605 deputati dell’Assemblea Nazionale eleggeranno i 23 membri del Consiglio di Stato, compreso il presidente del massimo organismo dirigente dello Stato cubano. Raul Castro (86 anni) non è candidato alla rielezione, in applicazione del limite imposto dal suo stesso governo per gli incarichi elettivi. Ma è stato lui stesso a scegliere il suo probabile successore: Miguel Diaz-Canel (57 anni), attuale primo vicepresidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei ministri.

Questo passaggio di consegne ideato da Castro – che manterrà comunque il suo incarico di segretario del Partito Comunista – ha una doppia valenza simbolica: Diaz-Canel, infatti, diventerà il primo leader cubano che non appartiene alla famiglia Castro e che è nato dopo la Rivoluzione del 1959.

Al di là del ricambio generazionale, però, non è ancora chiaro quale sarà la linea politica che sceglierà Diaz-Canel, che malgrado la sua rapida ascesa nelle gerarchie interne del regime resta un dirigente di basso profilo, scarso carisma e posizioni poco note.

L’erede dei Castro dovrà affrontare questioni cruciali per il futuro di Cuba e del suo governo, dopo lo stallo delle riforme lanciate da Raul a partire dal 2008, quando assunse la leadership dopo le dimissioni di Fidel. Lo sviluppo di un settore privato di microimprese, i cosiddetti “cuentapropistas”, è congelato dallo scorso agosto, mentre il Pcc riflette su come controllare una realtà economica che è allo stesso tempo il motore della modernizzazione del paese e un’abiura dei principi stessi del collettivismo della Rivoluzione.

I tempi però stringono, perché il governo vuole evitare che il collasso del Venezuela – il chavismo è sempre stato l’alleato fedele del castrismo – finisca per causare una crisi simile a quella del ‘periodo speciale’ successivo al crollo dell’Unione Sovietica, che costituisce ancor oggi un brutto ricordo per la maggioranza dei cubani.

Come se non bastasse, l’implosione venezuelana è stata accompagnata dalla fine del disgelo fra Cuba e Usa, lanciato da Barack Obama ma frenato da Donald Trump e compromesso ancora di più dal misterioso affaire dei diplomatici americani e canadesi colpiti da strani malanni neurologici all’Avana.

Diaz-Canel dovrà inoltre affrontare in tempi brevi riforme promesse da tempo, in primis quella dell’unificazione monetaria fra il peso cubano (Cup) – con il quale vengono pagati gli impiegati dello Stato, cioè la stragrande maggioranza dei cubani – e il peso convertibile (Cuc), che vale un dollaro.

Una cosa almeno sembra certa: una presidenza Diaz-Canel non rappresenterà una speranza reale di apertura politica a Cuba, malgrado i pressanti appelli di organizzazioni come Amnesty International, per la quale il cambiamento al vertice dell’Avana costituisce “un’opportunità storica per rafforzare i diritti umani nel paese”.

Fra le scarse testimonianze disponibili sulle posizioni di Diaz-Canel, infatti, non mancano le dichiarazioni di fedeltà al sistema del partito unico, la denuncia di ogni forma di dissenso come attività sovversiva finanziata dall’estero e una visione del settore privato come complementare a quello statale, ma ugualmente pianificato e controllato dal governo.

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