In futuro remoto bambini del tutto artificiali

Il primo embrione completamente artificiale

ROMA. – Il primo embrione completamente artificiale fa correre l’immaginazione: nonostante si tratti di un risultato ottenuto nei topi, segna un altro passo in avanti lungo la strada che punta a decifrare l’alfabeto della vita e a controllarla. “E’ un bellissimo risultato per i biologi, anche se le applicazioni pratiche sono di là da venire”, ha detto il genetista Edoardo Boncinelli, che immagina un futuro molto lontano nel quale potrebbe diventare possibile “fare un bambino in modo completamente artificiale”. Sarà comunque necessario un utero e “ottenere un utero artificiale – ha rilevato – è più difficile che ottenere un embrione artificiale”.

Guadando invece al presente, il bello della ricerca condotta nell’università di Maastricht e pubblicata sulla rivista Nature è nel fatto che “diventa possibile ‘ascoltare’ il dialogo avvenuto in provetta tra le due famiglie di cellule utilizzate nell’esperimento: quelle che daranno origine alla placenta e quella che da cui nascerà il corpo”.

Si tratta, ha aggiunto, di “cominciare a interpretare un linguaggio della vita fatto di proteine per ricostruire i passaggi indispensabili a ottenere un embrione”. Per un altro genetista, Giuseppe Novelli, rettore dell’università di Roma Tor Vergata, l’esperimento “per la prima volta studia da vicino un organo straordinariamente importante della riproduzione, ossia la placenta”. E’ un organo “straordinario, attivo da 300 milioni di anni e che permette il dialogo tra madre e feto, composto da cellule specializzate nel fare proprio questo e delle quali sapevamo poco o niente”.

La struttura simile all’embrione ottenuta in laboratorio, ha aggiunto, “serve a capire come le cellule in questa fase dello sviluppo dialogano tra loro. Capire questo è importante perché permette di comprendere i meccanismi dell’infertilità che nasce da un difetto nell’impianto dell’embrione. Ad esempio la placenta previa è un problema in 5 gravidanze su su 100, il distacco della placenta riguarda l’1% delle gravidanze e un difetto di vascolarizzazione del quale non si sa nulla è all’origine di molti parti prematuri”.

Secondo il direttore del Laboratorio di Biologia dello sviluppo dell’università di Pavia, Carlo Alberto Redi, l’embrione artificiale è un “nuovo passo per andare a capire i geni che regolano lo sviluppo e che permettano di avere “una visione di quali relazioni, componenti e sinfonie di geni devono entrare in gioco nello sviluppo embrionale”.

Si tratta di capire, ha detto ancora, quali sono “i segnali necessari per mantenere l’impianto dell’embrione”. Molti interventi di fecondazione assistita, infatti, non vanno in porto per problemi che si manifestano subito prima o subito dopo il momento dell’impianto in utero. E’ riuscire a conoscere le “sinfonie di geni” che entrano in gioco in questa fase cruciale che, ha concluso, “ci permetterà di risultati migliori nella fecondazione assistita e, nel campo della zootecnica, di aumentare la produzione animale”.