Il lupo argentino divora dollari

La Casa Rosada, sede del governo argentino, a Buenos Aires

Il passato è un’ombra che ci segue sempre e quella più cupa del default 2001 risalta e si erge come un incubo notturno nell’immaginario dell’Argentina, a ogni passaggio impervio della sua politica economica. Anche oltre i pericoli reali: visto e considerato che nei caveau del Banco centrale restano pur sempre 59mila milioni di dollari. E’ accaduto di nuovo la settimana scorsa, quando l’aumento del tasso d’interesse sui buoni del tesoro decennali degli Stati Uniti è precipitato come una pietra sui mercati finanziari sudamericani e di tutti i paesi emergenti. La ripercussione più negativa l’ha subita il peso argentino, già da tempo sotto pressione in quanto ritenuto sopravvalutato rispetto al dollaro, la più diretta moneta di riferimento. In poche ore ha perduto all’incirca il 10 per cento del suo valore.

Il governo minimizza, ricordando che la moneta nazionale fluttua e così come scende può risalire. E’ una mezza verità, in epoca di fake-news. In quanto se circostanzialmente a far cadere il peso è stato lo spintone del rialzo d’interessi deciso a Washington (tutt’altro che imprevedibile), sono il deficit fiscale e l’inflazione argentini che lo fanno ballare senza tregua sulla corda floscia della vulnerabilità. L’uno e l’altra ereditati solo in parte dalla precedente amministrazione della presidente Cristina Kirchner ed entrambi paradossalmente accentuati tanto dalle scelte quanto dalle non scelte di Macri. I suoi stessi numerosissimi ministri e consiglieri, divisi tra radicali e moderati, lo strattonano infatti gli uni da una parte e gli altri da quella opposta.

Fin dal primo giorno di governo, 2 anni e mezzo fa, Mauricio Macri s’è proposto di dimostrare che la via di un sano sviluppo dell’Argentina passa per il più ampio reinserimento nei mercati internazionali della globalizzazione e quindi per il loro sistema bancario. Per questo ha indebitato il paese pur di pagare per intero il residuo ma non trascurabile credito vantato da un paio di fondi speculativi di Wall street. Nel convincimento che il sacrificio avrebbe facilitato e accelerato l’arrivo di cospicui investimenti esteri e con questi la crescita. Con la medesima idea ha ridotto le imposte al grande capitale ben oltre i suggerimenti di Adam Smith. E ignorando del tutto l’ammonimento di Nietzsche secondo cui nell’essere umano passioni e istinti sono più forti della sua ragione, pertanto della lungimiranza e della razionalità delle scelte.

Investimenti ne sono arrivati, sebbene limitati non poco dalla congiuntura internazionale, marcata dalla speculazione finanziaria e dall’aggressivo protezionismo di Donald Trump. E il governo vi ha fatto ricorso anche per finanziare un apprezzabile programma di ampliamento e modernizzazione delle assai carenti infrastrutture. Ma solo una minima parte degli investimenti è andata all’industria e alla creazione di posti di lavoro. Il grosso s’è tuffato così come già in passato nell’acquisto di quote del debito argentino, attratto dalla certezza dell’incasso di vantaggiosi interessi e però prontissimo a rivenderle alla prima occasione per passare a titoli meglio remunerati e più sicuri. Com’è accaduto appunto la settimana scorsa. Con il risultato di un’emorragia di valute forti e del rincaro generalizzato del credito, a cui l’Argentina ha dovuto subito adeguarsi.

In questa prospettiva aumentano gli interessi da pagare sul proprio debito e frena l’economia, quindi l’occupazione. E’ presumibile che rallenti anche l’inflazione, prevista tuttavia dalla maggioranza degli economisti almeno al 20 per cento per fine anno; e non al 15 come calcola ufficialmente il governo nella speranza di controllare l’inflazione. Perché una politica più preoccupata del deficit di bilancio che dell’occupazione e dell’economia dei consumi, sta contemporaneamente cancellando i sussidi a elettricità, gas e trasporti. Gli aumenti che ne conseguono per le relative tariffe sono vertiginosi: dal 300 al 500 per cento, provocando la chiusura d’innumerevoli piccole imprese incapaci di farvi fronte, oltre al panico nelle famiglie di minor reddito.

La corsa al dollaro, presentata talvolta come un elemento sia pur problematico del folclore socio-antropologico argentino, è in realtà una questione molto più seria e in parte discretamente nascosta. L’immagine colorita delle migliaia di risparmiatori che affollano la city di Buenos Aires per acquistare la moneta statunitense come un ombrello capace di proteggerli dalla pioggia inflazionaria, lascia intravedere appena un ben limitato scorcio del panorama. E’ nei salotti riservati delle banche ai clienti importanti (quelli con depositi oltre i 6 zero) che hanno luogo infatti le scene essenziali, con i grandi trasferimenti all’estero le cui cifre milionarie corrono in tempo reale sugli schermi dei computer.

Livio Zanotti

Ildiavolononmuoremai.it

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