Morta in Pakistan: indagate anche mamma e zia di Sana

Sana Cheema, la 25/enne italo-pachistana uccisa dal padre e dal fratello perché avrebbe voluto sposare un italiano, in una foto tratta dal suo profilo Instagram (sana_cheema2014). 21 aprile 2018.

BRESCIA. – Il padre, lo zio e il fratello in carcere. E ora anche la madre e la zia di Sana Cheema sono indagate. Perché la polizia del Pakistan vuole sapere se davvero, come le donne sostengono, non sapessero nulla della volontà del marito di uccidere la figlia che rifiutava un matrimonio combinato e se non hanno assistito al delitto.

Si allarga quindi l’indagine sulla morte della 25enne italo pakistana, cresciuta a Brescia, e assassinata in patria lo scorso 18 aprile, poche ore prima di salire sull’aereo che l’avrebbe riportata in Italia. Mustafa Ghulam, che si trova in cella a Kunjah accusato di aver strangolato, con l’aiuto del figlio Adnan, la figlia Sana, intervistato da Repubblica, ha negato di aver confessato l’omicidio come hanno riferito i media pakistani e conferma la polizia locale.

“Non è vero che abbiamo confessato. Se il referto dei medici legali dice che Sana aveva l’osso del collo rotto – ha detto il padre anche lui come la figlia cittadino italiano – è perché deve aver battuto la testa contro il bordo del letto o il divano”. Secondo il padre della ragazza, “se le cose sono andate così è per il volere di Allah”.

Una posizione che ha fatto infuriare la comunità pakistana di Brescia che si è ritrovata per affrontare la vicenda e annunciare una manifestazione in piazza Rovetta in città per domenica. Il responsabile della moschea Sajad Hussain ha spiegato che “ci sono ancora delle persone che mettendo da parte la libertà data dalla costituzione pachistana e da quella italiana e anche dalla stessa religione, pensano di poter decidere la vita e la morte dei propri figli. Pensano di poter nascondere un fatto che secondo la loro ignoranza potrebbe mettere in cattiva luce la famiglia e che invece diventa poi un caso di cui parla tutto il mondo”.

Sajad ha spiegato che “sono diverse le famiglie con posizioni arretrate, anche a Brescia, e la comunità li ha aiutati e seguiti con sostegno spirituale, psicologico e anche economico per fare capire loro la realtà in cui vivono e il vero insegnamento della religione e il valore della cittadinanza, proprio per evitare casi di questo tipo”.

I rappresentanti della comunità hanno poi paragonato la morte di Sana Cheema con il delitto di Hina Saleem, uccisa nell’estate del 2006 in provincia di Brescia, sgozzata dal padre perché troppo occidentale e poi sotterrata nel giardino di casa con la testa rivolta alla Mecca.

“Ci siamo fatti tante domande e lavoriamo per combattere l’ignoranza e l’arretratezza preislamica che ancora viene seguita in qualche famiglia. Per questo – è stato detto – chiediamo alle istituzioni e alla politica di non lasciarci soli ma di accompagnarci in questo percorso”.

All’incontro alla moschea di Brescia erano presenti anche alcune compagne di classe di Sana nel periodo trascorso al liceo De Andrè. “Sana era una ragazza indipendente, determinata ed esuberante. Era ben integrata con noi, una ragazza che guardava insieme a noi alle difficoltà della vita”, hanno spiegato alcune giovani presenti e che ora chiedono giustizia per l’amica uccisa.

(di Andrea Cittadini/ANSA)

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