“Putin favorì Trump”. Nuove carte sul Russiagate

Trump e Putin

WASHINGTON. – “Non c’e’ alcun dubbio che la Russia intraprese uno sforzo senza precedenti per interferire con le nostre elezioni nel 2016”, uno sforzo “esteso, sofisticato e ordinato dal presidente Vladimir Putin allo scopo di aiutare Donald Trump e danneggiare Hillary Clinton”: al termine della sua indagine, la commissione intelligence del Senato fa propria la conclusione delle agenzie di intelligence americane gettando una nuova ombra sul presidente Usa.

E questo mentre un’altra commissione del Senato, quella giustizia, divulga 2500 pagine da cui emerge che il team elettorale di Trump desiderava materiale compromettente su Hillary Clinton ed era pronto a ricevere aiuto anche dai russi. Un fiume di carte che riguardano l’incontro del 9 giugno 2016 alla Trump Tower fra Donald Trump jr, primogenito del presidente, il genero Jared Kushner e l’allora capo della campagna Paul Manafort con alcuni emissari russi che avevano promesso informazioni dannose sulla candidata democratica in vista delle elezioni presidenziali. Documenti che rivelano i goffi tentativi di tenere nascosta la riunione e poi di concordare una versione comune per evitare contraddizioni.

La nuova tegola arriva mentre il dipartimento di giustizia e l’Fbi aprono un’inchiesta sulle violazioni di Cambridge Analytica, la società britannica che aveva sottratto circa 87 milioni di profili Facebook e che era stata ingaggiata dalla campagna del tycoon per condizionare il voto. Dalle trascrizioni delle interviste diffuse dal Senato Usa, viene fuori un Donald Trump jr attentissimo a non coinvolgere il padre in quell’incontro con i russi, su cui ha acceso da tempo i riflettori anche il procuratore speciale Robert Mueller.

Tra molti non so e non ricordo, il primogenito del presidente ha ammesso che era “interessato” e “desideroso” di ascoltare informazioni su Hillary, non trovandoci “nulla di sbagliato”, ma che non aveva modo di valutare da dove venissero, anche se sapeva benissimo che i suoi interlocutori arrivavano dalla Russia. Quindi ha assicurato di non aver informato il padre della riunione né prima né dopo, pur non escludendo che possano averlo fatto altri.

Tre giorni prima però ricevette una telefonata da un numero bloccato, in mezzo ad altre due chiamate con Emin Agalarov, l’imprenditore cantante azero-russo che spingeva per l’incontro: quando gli è stato chiesto se poteva essere del presidente, che usa un numero bloccato, ha risposto ‘non so’. Inoltre, dopo un iniziale ‘non so’, ha ammesso che il genitore, attraverso la sua ex consigliera Hope Hicks potrebbe aver fatto arrivare le sue osservazioni sul comunicato (fuorviante, ndr) da lui diffuso per spiegare lo scopo dell’ incontro, incentrato a suo dire prevalentemente sulla politica delle adozioni.

Anche la redazione di questo comunicato è nel mirino di Mueller. Le interviste di altri partecipanti alla riunione rivelano nuove circostanze compromettenti. Ad esempio che Trump jr parlò ai suoi ospiti della rimozione di sanzioni se suo padre avesse vinto. E che partecipò sempre alla Trump Tower, ma dopo le elezioni, ad un incontro con l’allora ambasciatore russo in Usa Serghiei Kisliak, Kushner e Michael Flynn, poi diventato consigliere per la sicurezza nazionale.

Rob Goldstone, il giornalista ed produttore musicale britannico che contribuì a organizzare l’incontro promettendo materiale scottante su Hillary, ha ammesso che si aspettava la ‘pistola fumante’, anche se ha sostenuto di non aver sentito nulla di dannoso. E ha raccontato che quando Putin non riuscì ad incontrare Trump a miss universo a Mosca nel 2013, lo invitò alle Olimpiadi di Sochi per l’anno successivo.

(di Claudio Salvalaggio/ANSA)

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