Significato e origine di: mambrucco

Se devo dire la verità, non conoscevo la parola “mambrucco”, che un mio amico ritenendola voce del lessico napoletano, utilizzava come termine offensivo del gergo giovanile. Poi, a confronto con un comune amico veneziano, insieme scoprimmo che la parola era molto diffusa in veneto, usata col significato di stupidotto. E concludemmo che la parola fosse nata in ambiente veneto, e passata poi in altre regioni, seguendo i periodici flussi giovanili della leva militare.

Nello stesso tempo si acuì in noi il desiderio di scoprirne l’origine del significato.  Ci sembrò che nella determinazione del significato della parola mambrucco, ancora una volta avesse giocato il pregiudizio sociologico e la protervia – tipici della gioventù scarsamente acculturata – causati da un egocentrismo becero e deleterio, di chi l’aveva inventata, adottata, e continuava ad usarla.  Debolezze umane!  Stupidità!

Ma torniamo alle parole, possibilmente con animo libero.

Mambrucco dovrebbe essere una parola onomatopeica, cioè che ripete il suono – attraverso la scelta di espressioni fonetiche – dell’oggetto che si sta nominando. La onomatopea è spesso ricorrente nelle poesie del Pascoli (e di tanti altri poeti d’ogni lingua e d’ogni epoca). Chi non ricorda il verso: “Mentre la neve fiocca, fiocca, fiocca” oppure quest’altro “Ecco, ecco, un cocco, un cocco per te.”?

L’onomatopea la si trova anche nei fumetti. Ma questa è un tipo di onomatopea troppo facile (stupida come onomatopea, ma d’effetto, e perciò insostituibile), che ripete i suoni con parole inventate all’occorrenza. Se la ricordo qui è solo per rinsaldare l’idea del fenomeno onomatopeico. E poi, c’è ancora un’altra onomatopea che è quella che ripete, storpiate, le parole degli altri, le espressioni di lingua ascoltate dagli “stranieri”. (Anche la parola “straniero”, sociologicamente parlando, non è che sia tanto simpatica!)

Ognuno di noi sa come chiama il vicino parodiandone il modo di parlare.

Allora mambrucco potrebbe essere la parodia di una espressione tedesca: e la parola voleva indicare proprio il tedesco che parla tedesco.

Ma questo dove poteva succedere se non in un contesto dove col tedesco si era costretti a convivere?  Se non storicamente o geograficamente, almeno idealmente e culturalmente.

Mambrucco quindi, a parer nostro, è la deformazione parodiata – specialità tutta italiana – dell’espressione tedesca “man braucht” (serve, c’è bisogno, occorre), probabilmente sentita come una specie di intercalare, dall’interlocutore di lingua italiana a contatto con i parlanti tedeschi. Ma affinché essa diventi segno del codice-lingua, c’è bisogno (man braucht!) che anche gli altri parlanti ne riconoscano il significato.

Ma la storia non è cominciata con i veneziani verso i tedeschi, o con i napoletani verso i milanesi e viceversa. E’ partita molti millenni fa.

Pensate alla parola “barbaro”. Essa è passata a Roma dalla Grecia. I Greci, che avevano una lingua in cui dominavano i suoni duri (le consonanti cosiddette mute : k, p, t, gh, d, … le occlusive, o esplosive,  insomma) cominciarono a chiamare “bar-bar-bar” (è lo stesso meccanismo della cosiddetta onomatopea dei fumetti, per intenderci) i vicini parlanti che utilizzavano di più consonanti labiali e liquide. Da qui la parola “bàrbaroi” (i barbari). E così nacquero anche i barbari (che forse erano più affettuosi, rispettosi, e simpatici di  loro).

Luigi Casale

 

      

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