Mafia: blitz contro fiancheggiatori del boss Messina Denaro

Foto dall'alto della Polizia della zona in cui è stato effettuato il blitz.
La zona del blitz (Polizia di Stato)

PALERMO. – Per ore gli elicotteri della polizia hanno sorvolato Castelvetrano, paese del trapanese che ha dato i natali al boss latitante Matteo Messina Denaro. Le vie d’accesso al centro chiuse, oltre 150 agenti impegnati in perquisizioni a tappeto. Un blitz in grande stile quello disposto dalla Dda di Palermo che coordina le indagini per la ricerca dell’ultima primula rossa di Cosa nostra. Decine gli immobili controllati e 17 i denunciati: vecchie e nuove conoscenze degli investigatori vicine al padrino trapanese.

Nelle ricerche sarebbe stato trovato un nascondiglio: un covo usato da Messina Denaro? Gli inquirenti non danno particolari, ma la pressione esercitata sul territorio è stata massiccia. Tra i fiancheggiatori indagati, oltre a nomi noti di Cosa nostra come i mafiosi Leonardo Bianco, Bartolomeo Turano e Baldo Di Gregorio, anche un medico e un imprenditore.

Si tratta di Francesco Burrafato, 76 anni, ex primario di Chirurgia dell’ ospedale di Castelvetrano da anni vicino alla famiglia del capomafia ricercato a cui sono stati sequestrati un pc e un tablet. E Marco Giovanni Adamo, tra gli storici favoreggiatori del padrino. La Dia in passato gli ha sequestrato beni per oltre 5 milioni. L’operazione segue di poco più di un mese un imponente blitz contro i clan vicini al latitante.

Ad aprile la polizia fermò 21 tra boss, gregari, estorsori dei clan di Mazara del Vallo e Castelvetrano. In manette finirono anche Gaspare Como e Rosario Allegra, due cognati del capomafia ancora una volta sfuggito alla cattura. Era stato lui, da sempre attento ai rapporti di sangue, a indicarli al vertice delle cosche, lui a investirli della responsabilità di gestire gli affari della “famiglia”: racket, energie rinnovabili come l’eolico, grande distribuzione alimentare e scommesse online.

Nell’inchiesta fu coinvolto anche Carlo Cattaneo, titolare di una serie di agenzie di scommesse affiliate al portale “Betaland.it”, pronto a finanziare la cosca in cambio dell'”autorizzazione” a esercitare. “Io il mio dovere l’ho fatto, lo rifarò ma già il mio dovere l’ho fatto…”, diceva non sapendo di essere intercettato. L’inchiesta colpì i clan nei suoi vertici e nei quadri. In manette, oltre ai cognati di Messina Denaro, finirono uomini come Vittorio Signorello, ufficialmente dipendente dell’aeroporto di Birgi, in realtà violento e crudele factotum al servizio di Como. Intercettato, rivendicava la bontà della scelta di Toto’ Riina di rapire e uccidere il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito strangolato dopo oltre 700 giorni di prigionia e sciolto nell’acido.

Dall’indagine emerse inoltre la catena di comunicazione del boss che continua a usare i “pizzini”. Al contrario di Bernardo Provenzano però non li conserva, ma li fa distruggere. Gli inquirenti hanno ascoltato in diretta mafiosi leggere gli ordini del latitante sentendo addirittura il fruscio della carta.

Dalle intercettazioni anche una traccia del passaggio in Calabria del boss di Castelvetrano. “Sua madre si lamenta perché non scrive”, diceva uno degli affiliati. “Lui pensa solo a sé”, commentava l’interlocutore, confermando l’idea che in molti, anche in seno a Cosa nostra hanno dell’ultimo latitante mafioso.