Migrante ucciso: indagato un italiano, per lui prova stub

L'immagine di Soumaila Sacko esposta durante un sit-in di protesta a Napoli dopo il suo omicidio.
L'immagine di Soumaila Sacko esposta durante un sit-in di protesta a Napoli dopo il suo omicidio. (ANSA)

VIBO VALENTIA. – E’ un italiano di 43 anni, di San Calogero, il sospettato numero uno di essere l’autore dell’omicidio di Soumayla Sacko, il 39enne del Mali vicino all’Usb, ucciso sabato sera nel comune del vibonese mentre, insieme a due connazionali, stava prendendo delle lamiere da una vecchia fornace abbandonata. L’uomo è finito nel registro degli indagati già nelle ore successive al delitto, ma poi i carabinieri della Compagnia di Tropea e della stazione di San Calogero gli hanno notificato un avviso di garanzia con contestuale “notifica di accertamenti tecnici non ripetibili” emesso dalla Procura di Vibo Valentia.

Un atto che si è reso necessario per permettergli di nominare dei propri periti in occasione dell’autopsia. Già poche ore dopo il delitto, all’uomo – assistito dall’avv. Franco Muzzopappa – sono stati sequestrati i vestiti che indossava ed una Fiat Panda bianca. Inoltre sarebbe già stato sottoposto allo stub, l’esame che consente di rilevare su mani e abbigliamento l’eventuale presenza di residui di polvere da sparo. I risultati arriveranno sul tavolo dei magistrati solo nei prossimi giorni e serviranno a chiarire se sia stato veramente l’indagato a sparare.

L’uomo è il nipote di uno dei soci della società proprietaria della ex fornace in cui è avvenuto il delitto. Un impianto abbandonato dopo essere stato sequestrato una decina di anni fa nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Guardia di finanza sullo smaltimento e lo stoccaggio di rifiuti industriali tossici e pericolosi.

Secondo l’accusa, infatti, nei terreni della società “Fornace tranquilla”, nel corso degli anni sarebbero state stoccate oltre 135 mila tonnellate di rifiuti pericolosi e tossici. Una situazione che aveva indotto il prefetto di Vibo Valentia, nel luglio 2010, ad imporre la distruzione dei prodotti agricoli coltivati nelle vicinanze. Nell’inchiesta sono finite 12 persone per le quali è in corso il processo ma la quasi totalità dei reati ipotizzati, commessi dal 2000 al 2007, è già estinta.

Al sequestro di auto e abbigliamento, gli investigatori sono giunti dopo avere sentito i due maliani che erano con Soumayla e che hanno riportato solo lievi ferite. Uno di loro, in particolare, ha raccontato di avere visto arrivare una Fiat Panda bianca dalla quale è sceso un uomo che, dalla strada sovrastante la fornace, ha fatto fuoco quattro volte con un fucile caricato a pallettoni da una distanza di una settantina di metri per poi fuggire.

Il testimone ha anche riferito le prime due lettere della targa e fornito una descrizione dell’abbigliamento che poi avrebbe riconosciuto quanto i carabinieri gli hanno mostrato alcune persone. Sulla vicenda, magistrati e investigatori continuano a mantenere uno stretto riserbo. Quello che è trapelato da fonti vicine alle indagini è che allo stato non risulta un movente xenofobo o legato alla ‘ndrangheta.

(di Alessandro Sgherri/ANSA)