Bersani: “Nuovo partito di sinistra”. Gentiloni: “Alleanza larga”

Paolo Gentiloni dal presidium della Presidenza del Consiglio
Paolo Gentiloni. ANSA / TIBERIO BARCHIELLI / PRESIDENZA CONSIGLIO DEI MINISTRI

ROMA. – “Non si può ridurre tutto a una dialettica ‘populisti-nazareni’…”. Al giorno due del governo M5s-Lega, Pier Luigi Bersani propone di ripartire daccapo. Scomporre e ricomporre. Non il fronte “anti” proposto da Carlo Calenda come “strategia di sopravvivenza”, né il progetto di un nuovo Nazareno che Bersani scommette sia nella testa di Renzi e Berlusconi. Ma un nuovo “contenitore di sinistra liberale, riformista”, mettendo da parte “sigle, persone, simboli”, “facendo tutti passi indietro”.

Ma l’idea dell’ex segretario viene accolta con freddezza dal Pd: dilaniati da spaccature e tensioni irrisolte, i Dem guardano al congresso in autunno. Una risposta indiretta a Bersani arriva però da Paolo Gentiloni. “E’ con queste alleanze larghe, la sinistra con il mondo cattolico e civismo, che dobbiamo tornare a vincere”, dice Gentiloni, che torna da deputato semplice alla Camera, e sceglie di debuttare da ex premier tra gli elettori Pd, nella campagna elettorale per le comunali a Imola.

Gentiloni, che ha lasciato Palazzo Chigi con ancora il vento dei consensi a favore e in tanti tra i Dem vorrebbero alla guida del partito, annuncia “resistenza e opposizione” se il nuovo governo “porterà in rovina l’Italia buttando a mare il lavoro di questi anni”. Ma riparte anche da una autocritica, che suona come una critica anche agli anni a guida Renzi: “Abbiamo spinto troppo sul lato positivo delle cose”.

Quanto alla sinistra, un ampio fronte Dem è d’accordo con Gentiloni: bisogna riunificare e allargare. Ma i tempi di Bersani, dice un esponente della maggioranza Dem, sono sbagliati: per ora si riparte dal ‘brand’ Pd per allargare. “Bersani ha il suo partito, non si interessi delle nostre dinamiche interne”, taglia corto Ettore Rosato.

Ma come il Pd uscirà dal congresso, è tutto da vedere. C’è chi continua a scommettere che Matteo Renzi possa puntare su un nuovo soggetto, a più riprese smentito, magari a partire dalla Leopolda di fine ottobre. L’ex premier, dopo il suo intervento in Senato, è volato a Washington per la commemorazione di Bob Kennedy al cimitero di Arlington. Incontra Bill Clinton. E si tiene sui temi di governo, senza intervenire sul dibattito a sinistra: “Sono certo che nessuno possa mettere in discussione la solida fedeltà all’Alleanza atlantica e anche noi come opposizione daremo una mano in questa direzione”.

Su come fare opposizione, però, si notano posizioni e accenti diversi nel Pd. Gli ultra-renziani, ad esempio, non nascondono qualche perplessità sulla strategia di attacco frontale scelta in Aula alla Camera da Graziano Delrio: “Studi, non sia un pupazzo!”, ha urlato il capogruppo al premier Giuseppe Conte. Ma su quanto possa pagare, qualche renziano esterna le sue perplessità: Conte è il volto buono di un progetto che al Paese sembra piacere, non bisogna alzarsi sul piedistallo ma metterne a nudo le contraddizioni. “Noi saremo l’alternativa popolare, l’alternativa sociale”, scandisce in Aula il reggente Maurizio Martina.

Ma anche nel Pd si moltiplicano proposte e progetti per il rilancio a sinistra: dal dialogo con i pentastellati avviato da Nicola Zingaretti nel Lazio, alla coalizione ampia e antipopulista, dalla sinistra agli elettori di Fi, immaginata da Sergio Chiamparino in Piemonte. Da qui parte il dibattito dei prossimi mesi.

(di Serenella Mattera/ANSA)