Gli stipendi a Milano più di due volte quelli di Vibo Valentia

La sede dell'Istat a Roma.
La sede dell'Istat a Roma.

ROMA. – La bussola del benessere messa a punto dall’Istat indica una distanza sempre più forte tra il Nord e il Sud del Paese. La spaccatura attraversa l’intera società, riproponendosi su più dimensioni: dalla salute al portafoglio, passando per il grado di istruzione.

Ecco che, se nell’Italia settentrionale lo stipendio medio di un lavoratore dipendente è di 24.400 euro annui, al Mezzogiorno scende a 16.100. Con la crisi, nel giro di sette anni, il divario è salito del 27%. Basti pensare che la retribuzione tipo di chi vive a Milano, quasi trentamila euro, è circa due volte e mezzo quella della provincia di Vibo Valentia, dove ci si ferma a poco più di dodicimila.

Per la prima volta l’Istituto di statistica ricostruisce gli indicatori del benessere a livello territoriale, entrando nel dettaglio delle 110 province e città metropolitane. Il confronto non si limita agli aspetti economici, guardando anche alla speranza di vita, con Firenze che, stando ai dati del 2016, può vantare 3,4 anni in più rispetto a Caserta (84,1 contro 80,7).

Se sui redditi la divisione tra le ‘due Italie’ è netta, in fatto di longevità invece non mancano sfumature, visto che alcune zone del Piemonte e della Valle d’Aosta sono paragonabili alle aree più indietro del Mezzogiorno. D’altra parte nel Meridione l’Istat rileva più difficoltà nelle prestazioni sanitarie, registrando tassi di emigrazione ospedaliera doppi. Un altro tasto dolente è la condizione dei giovani.

Il fenomeno dei Neet, acronimo inglese che rappresenta gli under30 che non studiano e non lavorano, tocca i suoi picchi in città come Palermo (41,5%), Catania (40,1%), Messina (38,5%) e Napoli (37,7%). In pratica in alcuni dei più grandi centri del Sud circa quattro ragazzi su dieci sembrano non avere prospettive di formazione e carriera. Non stupisce così se si allarga il ‘gap’ nei due estremi del Paese tra chi ha almeno un diploma o una laurea.

Un’ulteriore frattura si ritrova nel confine tra città e periferia. Un caso, secondo l’Istituto, “emblematico” è quello del Lazio, dove, eccetto Roma, le altre province gravitano su valori del benessere equo e sostenibile medio-bassi, vicini a quelli delle aree del Mezzogiorno. Un dualismo che si riscontra, per esempio, nel numero di persone con titolo accademico (tanto che tra la Capitale e Latina c’è una differenza di dieci punti).

Ma non ci sono solo vantaggi, se si sposta l’attenzione sulla sicurezza, allora sarebbe meglio vivere lontano dai grandi agglomerati urbani. In questo caso però lo scarto tra i due poli della Penisola sembra appannato. La maglia nera per gli omicidi, rapportati alla popolazione, va infatti a Rovigo.

Quanto ai delitti violenti si va dai minimi di Rieti ai massimi del capoluogo Campano. Per il resto (furti di ogni tipo e rapine in abitazione) al Mezzogiorno si sta più tranquilli che al Centro o al Nord. Da vizio a virtù quindi, se, come sembrano dire i dati, la scarsità di denari scoraggia i malfattori.

(di Marianna Berti/ANSA)