Arresti a valanga, Erdogan stritola gli ultimi nemici

Una gigantografia inneggiando a Erdogan
Una gigantografia inneggiando a Erdogan

ISTANBUL. – Nuova valanga di arresti a pochi giorni dalla fine dello stato d’emergenza in Turchia. Dopo la vittoria nelle urne, Recep Tayyip Erdogan fa partire l’ennesimo giro di vite. Nel mirino ci sono soprattutto i militari, che continuano a finire in manette a quasi due anni dal fallito tentativo di colpo di stato.

Tanto per cominciare la procura di Istanbul ha emesso 271 mandati di cattura, 122 dei quali riguardano soldati tuttora in servizio e 120 cadetti di accademie dell’esercito. Altri 71 militari sono finiti nella lista dei ricercati per ordine della procura di Smirne. Per tutti, l’accusa è di essersi infiltrati nelle forze armate per conto della rete eversiva di Fethullah Gulen.

La stretta si è rafforzata dopo il trionfo alle elezioni, con decine di detenzioni di militari, poliziotti e burocrati, proprio mentre Ankara si appresta a far decadere lo stato d’emergenza. Come promesso in campagna elettorale, alla scadenza del prossimo 18 luglio le misure d’eccezione – che secondo l’Onu hanno portato ad almeno 160 mila arresti e 152 mila epurazioni in due anni – non saranno più rinnovate.

Ma in Turchia l’emergenza rischia di diventare la normalità. Lunedì, con una sontuosa cerimonia nel suo palazzo di Ankara, che sarà disertata dai leader occidentali ma vedrà la presenza di Nicolas Maduro e altri discussi alleati, Erdogan assumerà i vasti poteri esecutivi affidatigli dal referendum dello scorso anno. Tra questi, anche quello di emanare i nuovi decreti presidenziali, il cui margine d’azione costituzionale resta ancora inesplorato.

Nel frattempo, il governo uscente si è assicurato un ulteriore inasprimento della normativa antiterrorismo “per evitare debolezze” quando non ci sarà più lo stato d’emergenza. Resteranno così ampi gli strumenti nelle mani delle forze di sicurezza e della magistratura per limitare le libertà di riunione e di manifestazione, oltre che per estendere le detenzioni al di là dei termini di legge.

Per le opposizioni, misure che nei fatti creano uno stato d’emergenza permanente. Il pugno di ferro continua a colpire anche i giornalisti. Un tribunale di Istanbul ha emesso condanne da 8 a 10 anni per “terrorismo” nei confronti di 6 reporter del quotidiano ‘gulenista’ Zaman, ormai chiuso. Altri 5 sono invece stati assolti. Secondo l’ultima stima dell’osservatorio per la libertà di stampa P24, i giornalisti in carcere in Turchia sono almeno 181.

(di Cristoforo Spinella/ANSA)