Medici: “Va bene stop alla pubblicità, ma serve cultura del gioco”

Giocatore con la testa appoggiata alle slot-machine
Al Gemelli si cura ludopatia: "Attenzione a campanelli d'allarme"

ROMA. – Lo stop alla pubblicità del gioco d’azzardo, previsto dal decreto Dignità voluto dal ministro Luigi Di Maio, trova consenso anche tra i medici che ogni giorno hanno in cura pazienti ludopatici. “In Italia manca, però, una cultura del gioco”, avverte Lorenzo Moccia, uno dei camici bianchi che cura l’ambulatorio di psichiatria dell’ospedale Gemelli di Roma.

“Ridurre le pubblicità ha assolutamente un ruolo – spiega – perché gli stimoli legati al gioco d’azzardo rappresentano un fattore di ricaduta per queste persone. Si tratta di qualcosa che spinge e invoglia i giocatori. Soprattutto con questa nuova modalità di scommesse che consente di poter giocare quasi costantemente durante le 24 ore senza aspettare il fisiologico sviluppo dell’evento sportivo”.

Nel day hospital del reparto di psichiatria sono decine i pazienti in cura. In alcuni casi, i più lievi, si procede con una terapia di gruppo, mentre per i giocatori compulsivi con una patologia più seria si può procedere ad una terapia farmacologica. In ultima analisi, invece, per i casi più gravi il medico può prescrivere il ricovero in strutture specializzare contro la ludopatia.

“Uno dei sintomi della patologia – spiega Moccia – è quello della necessità da parte del paziente di voler giocare sempre di più per avere quella sensazione di euforia. Spende sempre più tempo in attività legate al gioco d’azzardo togliendolo agli affetti o alle relazioni personali. Sono questi i campanelli d’allarme. Quando il gioco va ad impattare sul funzionamento relazionale, lavorativo e sociale della persona, allora si presenta qualcosa di problematico”.

Proprio per questo il Gemelli è in prima linea per la lotta alla ludopatia, fornendo assistenza anche a scuole ed università che ne facciano richiesta con corsi e campagne di sensibilizzazione. “Il gioco d’azzardo patologico è molto frequente tra gli adolescenti e i giovani adulti – conclude Moccia -. Bisognerebbe intervenire su queste persone attraverso una cultura del gioco, qualcosa di assolutamente auspicabile. Bisognerebbe insegnare che un’attività può essere gestita come qualcosa di ricreazionale ma che però quando è accompagnata da altri tipi di problematiche, come la depressione, va immediatamente tenuta sotto controllo”.