Salvini in Calabria: “La ‘Ndrangheta è un cancro”

Matteo Salvini, durante la sua visita in Calabria al tavolo della conferenza stampa attorniato da autorità locali.
Il ministro degli Interni, Matteo Salvini, durante la sua visita in Calabria. (ANSA)

PALMI (REGGIO CALABRIA). – “La ‘ndrangheta è una merda, un cancro. E’ cominciata una guerra senza quartiere contro la criminalità organizzata non solo in Calabria ma in tutta Italia. Io però sono testone e continuerò a combatterla fino a che non avremo portato via anche le mutande a questa gente”.

Non ha dubbi il ministro dell’Interno Matteo Salvini, giunto a Palmi per ricevere le chiavi di uno stabile confiscato alla cosca Gallico e che a breve ospiterà il Commissariato di Ps. Acclamato dalla folla che lo attende dietro le transenne e da applausi e cori d’incitazione, il leader della Lega – eletto proprio in Calabria e che proprio a Rosarno ha ottenuto un 13% di consensi alle ultime elezioni – mette subito i puntini sulle “i”.

Nell’edificio che reca i sigilli dell’agenzia dei beni confiscati, infatti, vive Lucia Morgante, di 92 anni, condannata all’ergastolo per omicidio e la cui pena è stata differita per motivi di salute. La donna è madre del boss Domenico Gallico, anche lui condannato all’ergastolo e detenuto in Sardegna, al quale è stato concesso un permesso per visitare la donna nonostante il parere contrario della Dda reggina.

“Questa di Palmi – attacca il ministro – è una delle tante situazioni paradossali che intendiamo scardinare. Il posto giusto per gli ergastolani è la galera. E’ incredibile che lo Stato spenda migliaia di euro per permettere a delinquenti ergastolani di venire a incontrare la loro madre altrettanto delinquente ed ergastolana”.

Incalzato dai cronisti sulle inchieste dell’Espresso che ipotizzano legami tra esponenti calabresi della Lega e la ‘ndrangheta, Salvini prima risponde con una battuta: “le inchieste dell’Espresso hanno l’attendibilità di Topolino ed io leggo con più passione Topolino”; poi si fa serio: “dove c’è puzza di mafia noi non ci siamo”.

Toni e concetti che il ministro dell’Interno utilizza anche a San Ferdinando dopo la visita alle tendopoli dove vivono centinaia di migranti africani impiegati per i lavori nei campi. Fa un giro con alcuni di loro tra le baracche del vecchio sito e le tende del nuovo, concedendosi anche a dei selfie.

“Qui non si può vivere” dice chiaramente. “Nel mio Paese, nel 2018 – sottolinea – non si sta nelle baracche. Chi ha diritto a rimanere in Italia ci deve stare con tutti i diritti e i doveri degli altri cittadini. Siccome, però, ci sono cinque milioni di italiani in povertà vengono prima loro per casa e lavoro. E non ci sono vie privilegiate se stai in una baraccopoli di San Ferdinando”.

(dell’inviato Clemente Angotti/ANSA)