May chiude la porta agli europei in cerca di lavoro

Nella foto un primo piano di Theresa May
Libro Bianco apre a una soft Brexit ma sui confini è linea dura

LONDRA. – Una Brexit soft, ma non per tutti. Costretta a barcamenarsi fra aperture negoziali all’Ue e tentativi di rassicurazione dei falchi euroscettici di casa sua, la premier britannica Theresa May partorisce alla fine un Libro Bianco infarcito di ‘se’ e di ‘ma’, per fissare in 98 pagine i dettagli della sua nuova piattaforma più dialogante con Bruxelles, non senza sottolineare con mano calcata (e in prima persona) una linea rossa più rossa delle altre: la fine della libertà di circolazione “automatica” per quei cittadini europei in cerca di lavoro – e sono milioni, italiani inclusi – che da anni guardano al Regno, specie a Londra, come a una meta. E non sempre con un contratto già in tasca.

Il documento viene reso pubblico da Downing Street in una giornata in cui il Paese pare distratto dall’elaborazione del lutto per il sogno svanito della nazionale inglese ai mondiali di Russia. Ma non può comunque non far rumore, dopo l’annuncio del cambiamento di rotta sancito dall’esecutivo venerdì scorso e seguito dalla traumatica rottura di David Davis e Boris Johnson.

Preso nel suo insieme, il testo ha i contorni di un futuro accordo di associazione con l’Unione che Bruxelles – dove pure c’è chi scuote il capo – sembra poter prendere almeno in esame: sebbene non con tutti gli emendamenti che Londra vorrebbe ritagliarsi “su misura”, secondo le parole del neoministro Dominic Raab, ‘brexiteer’ più pragmatico, ma non meno categorico di Johnson e Davis.

Punto per punto, suggerisce del resto soluzioni intricate. Si va dall’idea di un area di libero scambio limitata ai prodotti industriali e agricoli, ma non ai servizi finanziari, a quella di uno stretto accordo ad hoc su sicurezza, difesa, lotta al terrorismo e ai cyber-attacchi; dalla prospettiva di una permanenza (a pagamento) del Regno nelle agenzie europee per l’aviazione o per i farmaci a quella di un trattato di armonizzazione dei regimi doganali per favorire uno status di frontiere aperte a cominciare dall’Irlanda; fino alla proposta di costituire un consiglio ministeriale bilaterale e un organismo arbitrale chiamato a dirimere le dispute e garantire il recepimento delle sentenze della Corte di Giustizia Ue da parte dei giudici britannici.

Nel presentarlo Theresa May si mostra tuttavia attenta soprattutto a provare a tener buoni i Tory ultrà sul piede di guerra. Incoraggiati anche da un Donald Trump che questa volta mette a dura prova la pazienza della premier britannica. Da Bruxelles, May gigioneggia un po’ sulle reazioni dei 27: “Finora ci hanno sempre ascoltati”, proclama. Mentre per iscritto insiste più sulle garanzie di un divorzio netto che sugli elementi della futura partnership.

Il nostro piano, scrive sul suo profilo Facebook, “significa la fine della libertà di movimento? Che potremo siglare accordi commerciali autonomi? E che il Regno Unito sarà fuori dalla giurisdizione della Corte Europea? Sono lieta di dire che le risposte sono molto semplici: sì, sì e sì”.

Tre paletti fra i quali spicca senz’altro il primo. Tanto più che May rincara la dose in un articolo scritto per la platea nazional-populista dei lettori del Sun. “Non sarà più permesso alle persone di arrivare dall’Europa solo con la remota possibilità di trovare un lavoro, riavremo il pieno controllo dei nostri confini”, taglia corto, pur rimarcando subito dopo la volontà (che in realtà è un’esigenza vitale per l’economia del Paese) di continuare ad “accogliere i professionisti qualificati” e promettendo allo stesso tempo mobilità senza visti anche per studenti e turisti.

Puntualizzazioni insufficienti per gli euroscettici più duri e puri come lo sgomitante deputato Jacob Rees-Mogg, potenziale sfidante alla sua leadership nel Partito Conservatore che arriva a denunciare il Libro Bianco alla stregua della premessa d’una semi-Brexit e d’un vergognoso “atto di vassallaggio” verso l’Ue. Né bastano per ragioni speculari all’opposizione laburista o, ancor meno, ai ‘remainer’ favorevoli a un referendum bis come l’attivista Eloise Todd, che parla di “maldestre incongruenze”.

Qualche sospiro di sollievo soffia viceversa dal mondo del business. Speranzoso se non altro di poter intravvedere – parola di Stephen Martin, dell’Institute of Directors – “un po’ di carne attorno all’osso” di una qualche ‘soft Brexit’.

(di Alessandro Logroscino/ANSA)