L’Europa chiede la manovra nel 2018, Tria la esclude

Il ministro dell'Economia Giovanni Tria durante il dibattito in aula al senato sul voto di fiducia.
Il ministro dell'Economia Giovanni Tria durante il dibattito in aula al senato sul voto di fiducia. ANSA/ANGELO CARCONI

BRUXELLES. – E’ una guerra di posizione quella che si prepara tra Roma e Bruxelles sui conti pubblici. L’Europa non molla sulla richiesta di correzione già nel 2018, e chiede di nuovo al Governo di trovare i cinque miliardi di euro che servono per rispettare le regole del Patto di stabilità. Il ministro dell’economia Giovanni Tria, invece, pur assicurando fedeltà alle indicazioni dell’Ue sulla riduzione del debito pubblico, esclude una manovra correttiva e punta al rilancio degli investimenti, i soli in grado di dare “il vero aggiustamento del bilancio italiano”.

Le posizioni sono destinate a restare distanti, e la distanza ad ampliarsi ulteriormente a ottobre, quando la nuova legge di bilancio metterà in cantiere quantomeno alcune delle misure contenute dal contratto di Governo. Ma se il dialogo con l’Ue resterà aperto e costruttivo fino alla prossima primavera, quando ci sarà la valutazione ‘a consuntivo’ dei conti 2018, è probabile che la Commissione rinunci ad aprire una procedura d’infrazione a ridosso delle elezioni europee e del rinnovo di tutte le istituzioni comunitarie.

E’ stato l’Ecofin stavolta a ricordare all’Italia gli impegni presi: “Uno sforzo strutturale di almeno lo 0,3% del Pil nel 2018, senza alcun margine aggiuntivo di deviazione sull’anno”. Questo perché “c’è un rischio di deviazione significativa” dal percorso verso l’obiettivo di medio termine (Mto, o pareggio strutturale di bilancio). In pratica i ministri dell’economia hanno approvato lo stesso testo delle raccomandazioni pubblicate dalla Commissione europea a maggio, rendendole quindi vincolati, approvate da tutti.

Il Consiglio precisa poi che “le misure necessarie dovrebbero essere prese dal 2018 per rispettare le indicazioni del Patto”. Nel 2019 lo sforzo sarà ancora maggiore: “Dato il debito sopra il 60%”, l’aggiustamento richiesto è dello 0,6%. Tria non è stupito né preoccupato dall’insistenza dei commissari Moscovici e Dombrovskis nel richiamarsi alle regole, visto che sono i guardiani dei Trattati. Ma allo stesso tempo rivendica la posizione italiana, contestando l’opportunità di fare sforzi troppo intensi in un momento di rallentamento della crescita.

Il centro della questione, spiega, non è tanto l’aggiustamento di qualche punto decimale, quanto l’aumento degli investimenti, che “si sono sempre ridotti nonostante la flessibilità ottenuta” dal precedente Governo. Il gap di 0,3% che chiede la Ue, poi, potrebbe anche colmarsi di qui alla primavera, “e se non si colma vedremo, discuteremo a consuntivo”.

Nel frattempo il Governo deve concentrarsi sugli investimenti, “di ogni tipo”, visto che c’è “ampio spettro”, incluse le infrastrutture o quelli più tradizionali per combattere ad esempio il dissesto idrogeologico. In ogni caso il debito, che secondo Bankitalia a maggio ha toccato un nuovo record, sarà ridotto.

“Per il 2018 non cambiano gli obiettivi”, chiarisce Tria, e per il 2019 “è probabile che dovremo rivedere il timing di aggiustamento in relazione anche al rallentamento dell’economia”. La frenata della crescita è infatti confermata anche da Bankitalia: +1,3% nel 2018, come già avevano annunciato le nuove previsioni Ue, e +1% nel 2019, più pessimista della Ue che vede 1,1%.

Tria, che non considera “i cigni neri” evocati invece dal ministro Savona, introduce anche un nuovo fronte di discussione con l’Ue: escludere dal calcolo del deficit la spesa per la difesa dei confini europei, “che non è esattamente assimilabile alla spesa militare in generale perché ricade di più su alcuni Paesi e non su altri”.

(di Chiara De Felice/ANSA)