Ong accusa Libia: “Donna e bimbo lasciati morire in mare”

Migranti in mare aggrappati a tavole galleggianti.
Migranti in mare aggrappati a tavole galleggianti. in una foto di Open Arms. (Archivio)

ROMA. – Il corpo nudo e senza vita di un bambino che avrà poco più di 5 anni, sballottato dalle onde come fosse un pezzo di plastica; il cadavere di una donna su una tavola di legno alla deriva, le braccia bruciate dal gasolio e la faccia immersa nell’acqua; un’altra donna miracolosamente viva dopo 2 giorni in mare, salvata tra i resti di un gommone con negli occhi l’orrore e la disperazione.

La Ong catalana Open Arms – tornata in acque Sar libiche – posta su Twitter le immagini della nuova tragedia nel Mediterraneo e accusa: “i libici hanno lasciato morire quella donna e quel bambino. Sono assassini arruolati dall’Italia”.

Parole che scatenano la reazione immediata di Matteo Salvini, che già prima ancora che uscissero foto e video aveva ribadito che non avrebbe concesso i porti italiani alle navi della Ong: “bugie e insulti che confermano che siamo sulla strada giusta, ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti. Io tengo duro”.

Anche fonti del Viminale parlano di “fake news” sottolineando che non ci sarebbe stata alcuna omissione di soccorso: “verrà resa pubblica la versione di osservatori ‘terzi'”, vale a dire un giornalista europeo che ha seguito l’operazione dei libici, “che smentiscono la notizia secondo cui i libici non avrebbero fornito assistenza”.

Contro Salvini si è schierato tutto il Pd, con il segretario Maurizio Martina che lo ha invita a “fermare la crociata d’odio contro le Ong”, Leu, che ha Erasmo Palazzotto a bordo della nave, e anche Roberto Saviano. “Quanto piacere le dà la morte inflitta dalla guardia costiera libica, sua alleata strategica? – afferma lo scrittore – Quanta eccitazione prova a vedere morire bimbi innocenti in mare? L’odio che ha seminato la travolgerà”.

Come siano andate davvero le cose è ancora tutto da capire. Le vittime, stando ad una nota ufficiale della Guardia Costiera libica, facevano parte di un gruppo di 158 migranti, tra cui 34 donne e 9 bambini, che erano a bordo di una barca intercettata lunedì e che “hanno ricevuto aiuti umanitari e assistenza medica e sono stati portati in un campo profughi a Khoms”.

Quando però alle 7.30 di mattina i volontari di Open Arms hanno incrociato i resti del gommone, si sono trovati di fronte i due cadaveri e una donna ancora in vita. Si chiama Josephine, viene dal Camerun ed è rimasta 48 ore in acqua, aggrappata a dei pezzi di legno. Ora si trova a bordo della nave in stato di choc e in ipotermia grave.

“Quando le ho preso le spalle per girarla ho sperato con tutto il mio cuore che fosse ancora viva – racconta Javier Figuera, il soccorritore spagnolo di 25 anni che l’ha recuperata in acqua – Dopo avermi preso il braccio non smetteva di toccarmi, di aggrapparsi a me”.

“Ma quello che i libici non dicono – accusa il fondatore di Open Arms Oscar Camps – è che hanno lasciato queste due donne e un bambino in mezzo al mare e hanno affondato la barca perché loro non volevano salire sulle motovedette”.

Ma non solo. La Ong sostiene che per tutta la giornata di ieri ha ascoltato una serie di comunicazioni tra la motovedetta libica 648 ‘Ras al Jadar’ e il mercantile ‘Triades’ nelle quali la nave commerciale sollecitava i libici a raggiungere un’imbarcazione in pericolo: “qualche ora più tardi, dopo aver richiesto insistentemente la presenza della motovedetta, il mercantile abbandonava i naufraghi comunicando la loro posizione”.

La guardia costiera libica è effettivamente arrivata ma, “dopo aver recuperato i naufraghi per riportarli in Libia, ha distrutto la barca e ha abbandonato 3 persone al loro destino”. Un comportamento che secondo Camps configura una “omissione di soccorso” e che la Ong porterà di fronte al tribunale internazionale dei diritti umani.

Intanto a Pozzallo, dove sono sbarcati i 450 che erano a bordo delle navi della Gdf e di Frontex, sono cambiate le accuse nei confronti degli 11 presunti scafisti. Sarebbero responsabili anche della morte dei 4 somali che, alla vista delle vedette, si sono gettati in mare e sono annegati. Per questo nei loro confronti è scattata il fermo e l’accusa di morte come conseguenza di altro delitto.

Tutti gli altri restano invece nell’hotspot di Pozzallo, in attesa che si concretizzino gli accordi raggiunti dal premier con i partner europei per i ricollocamenti. Intese che “non sono la strada verso l’inferno – ha detto Conte rispondendo al collega ceco Babis – ma una strada maestra per la legalità”.