Anarchici e creativi, mostra racconta la Berlino anni ’90

Facciata di case con graffiti
Berlino, la scoperta dell'Est: fra rovine, musica techno e loveparade

BERLINO. – S’infilavano in un palazzo vuoto e mettevano su “casa” nell’ex Berlino est. Suonavano, scrivevano, facevano sesso e uso di alcol e droghe più o meno leggere. Ballavano la techno negli scantinati, e nelle vecchie industrie dismesse, riemergendo alla luce del sole a giornata inoltrata.

Oggi, a chi la rimpiange, va detto che la Berlino degli anni ’90 non esiste più e non tornerà. Anarchica, creativa, irripetibile, è diventata un “pezzo” da museo. E una mostra la racconta in questi giorni, con l’ambizione neanche troppo celata di essere promossa a esposizione permanente. “Contiamo di restare qui per i prossimi 3 anni”, spiega una curatrice di “nineties berlin” all’ANSA.

Nello sfondo il battito del suo “cuore pulsante”, un tunnel da discoteca conduce davanti a uno schermo lungo 55 metri, alto 5: foto, video, numeri, date, fatti che segnarono la capitale dopo la caduta del Muro. C’è un omaggio alle vittime della fuga: 140 kalashnikov puntati contro i loro nomi.

Un labirinto porta ai “vicoli ciechi” della Berlino perduta: il Loveparade, Tresor, la rivista Frontpage. Ma il vero tesoro di questo progetto sono le interviste a 13 testimoni dell’epoca, con punti di vista contigui e contrastanti sull’indimenticabile avventura vissuta fra le rovine del secolo scorso.

“Ho messo accanto l’hooligan, il poliziotto, l’occupante abusivo e l’ingegnere. Ho scoperto addirittura che si conoscevano di vista”, spiega Michael Geithner, curatore dei colloqui, in attesa di conquistare la voce dell’ex sindaco-icona, Claus Wowereit. “È come se fosse un giallo, e al centro c’è Berlino. Dove si trova, dove va? Ma quell’epoca non tornerà mai più”.

Perché? Lo spiegano bene i testimoni. “Fu fra i 19 e i 25 anni. Il momento migliore della vita”, racconta Andreas Jeronim. “Noi usammo il tempo, in cui si dovevano rimodulare due sistemi politici e non ci si poteva occupare del resto”. Cercavano innanzitutto una casa, lui occupò un edificio. Cosa potevi fare subito dopo, lo spiega Ben de Biel, fotografo e cofondatore di memorabili discoteche, “Staendige Vertretung”, “Eimer”, “Maria am Ostbahnhof”: “Non c’era nulla di chiuso o inaccessibile. Potevi entrare ovunque, nei cortili, nei palazzi. Era tutto rotto. Mai viste tante cose così rotte”.

“Ci s’incontrava. C’erano droghe, alcol, facevi sesso 5 giorni su 7. Perché no?”. “Tacheles aveva un telefono – racconta alludendo al centro occupato, che divenne una grande officina di artisti di strada, sgomberato nel 2012 -. Se cercavi qualcuno, potevi andare nei posti in cui pensavi che avresti potuto trovarlo o potevi chiedere agli altri. Ma Tacheles aveva anche un telefono fisso”.

Ebbe un marchio sonoro questa generazione: “La grande rivoluzione techno arrivò dall’est. Io avevo un piccolo club, e tutto l’est davanti alla porta. La techno era il perfetto soundtrack degli anni ’90. Un grande statement musicale. Ma questo non succede senza milioni di persone”, spiega il celebre Dj WestBam. “E il suono non diventa popolare per caso, questo accade solo quando incontra le idee. È un fatto politico”.

Alla ricerca della luce, gli stessi ragazzi inventarono il Loveparade. “Volevamo uscire dalle cantine, sporche, buie”. Dal “grigio e dalla malinconica” dei segni della guerra. “Volevano luce, colori, libertà. Il Loveparade fu un modo per dire: basta!”, spiega Danielle De Picciotto, cofondatrice dell’evento musicale (partirono in 150 sulla Ku’damm, diventarono milioni).

Nel 1995 iniziò la fine. “Arrivarono l’industria, la moda, il mercato”. Il suo atelier fu sloggiato: ristorante giapponese. Chiesero un altro posto, ma il comune si negò: “Vivremo di questa fama per i prossimi 15 anni, anche se ve ne andate tutti”, fu la risposta. La logica cinica che sommerse quella città scomparsa. “Ma Berlino sta tornando – conclude la stessa voce -. Non accetta di esser travolta dal materialismo e dal commercio. Berlino è tignosa”.

(di Rosanna Pugliese/ANSA)