Lo sguardo algoritmico

Un violino visto da un computer

È un violoncello, visto da un computer. L’artista – o meglio l’esecutore – è Tom White, un insegnante di “Computational Design” all’Università di Wellington, in Nuova Zelanda. White vuole sapere cosa esattamente vedono i sistemi di Intelligenza Artificiale quando riconoscono un’immagine.

La questione non è banale. Le reti neurali impiegate per questo scopo si programmano da sole. Vengono “educate” in automatico al riconoscimento degli oggetti sottoponendogli una grande quantità di foto già identificate. Sono le macchine stesse a sviluppare le “regole” per il riconoscimento, regole che non hanno nulla di umano. Estraggono dalle moltissime immagini analizzate gli elementi essenziali che permettono di distinguere in maniera univoca uno strumento musicale da, poniamo, un albero o un frullatore, o da qualsiasi altra cosa.

Noi umani però non sappiamo come facciano a prendere le loro decisioni. Possiamo sapere solo – almeno nel caso delle immagini – se hanno ragione o meno. Le macchine non hanno cultura, possono solo analizzare e paragonare l’organizzazione dei pixel in tanti file grafici, generando così una sorta di “essenza platonica” dell’oggetto da riconoscere – che non è ciò che vediamo noi. Non è solo filosofia. Già girano le prime auto guidate dalle intelligenze artificiali. Ciò che non riconoscono, non lo vedono. Ciò che non vedono lo mettono sotto.

A giudicare dalle stampe di Tom White, in fatto di tinte e forme o lui o il suo sistema AI parrebbe avere assorbito l’estetica di Georges Braque, il pittore e scultore francese che, insieme a Picasso, diede inizio al movimento cubista. In effetti, White ammette di barare. Impone lui i colori e il tratto, scarta ciò che non ritiene esteticamente valido. Tuttavia, in un crescente numero di circostanze – come in queste opere  – pesa di più la vista del computer che quella umana. Cos’è che vedono i computer esattamente?

(di Jaime Hansen)