La versione di Bannon: “Cambiamenti o rivoluzione”

La foto di Steve Bannon sulla copertina di una rivista
Steve Bannon

VENEZIA. – “Senza cambiamenti profondi nella società ci sarà una rivoluzione che spazzerà via tutto… e non sarebbe un male un po’ di pulizia”. E’ il punto su cui torna più volte l’ex capo stratega e consulente di Trump, Steve Bannon, ex banchiere, poi giornalista, politico, regista e produttore, fiero promotore del populismo. Si racconta attraverso anche la sua passione per il cinema al grande documentarista Errol Morris in American Dharma, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

La giornata si è colorata anche di un giallo intorno alla sua presenza al Lido, dove sarebbe arrivato per suo conto per assistere alla proiezione. C’è chi giuria di averlo visto entrare in Sala Grande, ma il dubbio rimane perché alla fine della proiezione, quando in sala si sono riaccese le luci, di lui non c’era traccia. “Quando ho incontrato Bannon mi ha chiesto perché volessi fare un film su di lui e gli ho risposto che era perché non capivo né lui né quello che stava facendo.Pensavo che farci un film sarebbe stata la migliore maniera per comprenderlo”, racconta intanto il regista.

Anni in Marina, master all’Harvard Business School, conoscitore di Hollywood, nel documentario Bannon si mostra acuto, abile conversatore, pronto all’ascolto ma con idee ferme come macigni. “Essere populista per me vuol dire restituire il governo al popolo che ora non decide nulla, sono le elite a farlo, lo so perché le ho frequentate – spiega-. Dovendo scegliere se farmi governare da 100 persone con il cappellino rosso in testa prese a un comizio di Trump o 100 che vanno al Forum mondiale economico di Davos, sceglierei le prime, so che farebbero un lavoro migliore”.

Quella di Trump “non è l’America profonda, nascosta, ma l’America che hai davanti ai tuoi occhi” Appassionato di cinema, Bannon ha utilizzato come guide nel suo lavoro, in termini di abnegazione e fedeltà alla ‘missione’ (con Dharma, sintetizza un misto di dovere, fato e destino) film di guerra come Cieli di fuoco e Il ponte sul fiume Kwai, western come Sfida infernale e Chi ha ucciso Liberty Valance ma anche un documentario dello stesso Morris, Fog of war, nel quale si raccontava Robert McNamara, segretario della difesa sotto Kennedy e Johnson, negli anni del Vietnam.

“Per quello che sono diventato è colpa tua” scherza Bannon, parlando col regista. Morris, tra filmati e domande, ripercorre la parabola ascendente e discendente dell’uomo, dai fasti di Breitbart, all’entrata nella campagna elettorale di Trump, al quale, colpo su colpo (di cui molti bassi) riesce a far recuperare i 16 punti di distacco da Hillary Clinton, fino alla vittoria.

“L’80/90% delle persone sputa per terra quando entro in una stanza ma indicandomi dicono ‘è quello che ha portato Trump alla presidenza’”, aggiunge lui. Considerato un simpatizzante delle frange più estreme dell’ultradestra, le definisce invece “senza alcuna importanza nell’alt-right, sono i cattivi e non contano nulla”.

Nonostante sia stato licenziato da Trump dopo i fatti di Charlottesville (dove un militante neonazista ha travolto con l’auto alcuni manifestanti, uccidendone una), dice, paragonando Trump a Enrico V e se stesso a Falstaff, attraverso le immagini del film di Orson Welles, di non sentirsi tradito dal presidente, che starebbe semplicemente seguendo “il suo destino”.

Ora la missione che si è posta Bannon, oltre a riformare il Partito repubblicano, è unire i populisti d’Europa. E i toni sembrano famigliari quando gli sentiamo dire in un filmato: “vi chiameranno razzisti e xenofobi, considerate quei termini come medaglie”.

(di Francesca Pierleoni/ANSA)