Roberto Saviano ospite delle NY Italian Women presenta il suo libro The Piranhas

Roberto Saviano durante la presentazione del libro a NY
Roberto Saviano durante la presentazione del libro a NY

NEW YORK. – In uno spazio accogliente, moderno, con vetrate che riflettevano le luci di una città, New York, in continuo movimento, lo scrittore Roberto Saviano ha presentato The Piranhas, versione in inglese del suo libro La Paranza dei bambini, a un pubblico di sole donne, grazie ad un’iniziativa del gruppo NY Italian Women.

L’idea, formulata dalla conduttrice della serata Francesca Di Matteo, è stata subito accolta con entusiasmo dalla leader delle Ny Italian Women, Ivana Lo Stimolo, e resa possibile dalla disponibilità dell’interprete, Linda De Luca, che ne ha parlato a Saviano.

E così in pochissimi giorni l’incontro è divenuto una realtà, mostrando, come ha ben detto all’inizio della serata, Ivana Lo Stimolo, che: “quando le donne lavorano insieme possono fare piccoli miracoli”.

Saviano è arrivato con la sua aria da ragazzo un po’ timido, quasi sorpreso di suscitare tanta ammirazione ma felice di trovarsi davanti ad una platea di sole donne perché, ha detto più volte, “le donne leggono molto più degli uomini. Lo dicono le statistiche.  C’è chi vorrebbe far credere che leggono solamente libri che parlano di amore ma anche questo mito è stato sfatato dalle statistiche perché il pubblico femminile è maggioranza anche nella lettura dei saggi”.

Nella foto Francesca Di Matteo e Ivana Lo Stimolo, durante la presentazione del libro di Saviano “La Paranza dei bambini”

Francesca Di Matteo, che confessa aver divorato il libro in solo due giorni affascinata non soltanto dal contenuto ma dal linguaggio e dalla forma, fa una prima domanda sui bambini che sono protagonisti delle storie di Saviano. Bambini veri, bambini che lui ha conosciuto e che ormai sono quasi tutti morti. Bambini che fin da piccolissimi hanno visto da vicino morte e agonia, che sanno che il miglior modo di morire è con un colpo di pistola in testa, il peggiore con uno sparo al petto o allo stomaco, che hanno assistito al tremore di un moribondo invaso dal freddo mentre la vita scorre via dal suo corpo insieme al sangue delle ferite. Bambini che sanno che non bisogna mangiare prima di andare a fare un’operazione militare perché se ti feriscono e hai lo stomaco pieno, rischi la setticemia.

Quando Roberto Saviano, incomincia a raccontare, il silenzio che si crea intorno a lui è denso e compatto. Lo fa con voce profonda e una passione che è rimasta intatta nonostante il trascorrere del tempo, nonostante le mille difficoltà che deve superare giorno dopo giorno, nonostante la solitudine alla quale quella passione lo ha condannato.

Parla e ci sembra di essere tornati ai tempi in cui i cantastorie narravano le gesta di guerre lontane, dame e cavalieri, di eroismi e potere, di codici d’onore che cercano di dare una logica all’orrore. Narra senza giudicare, con la consapevolezza di chi sa che per molti quella della malavita è l’unica strada possibile, che “le mafie ragionano per ere e non per anni come tutti noi”, che nei clan vigono un’etica e delle regole che rispondono a una logica di vita per noi incomprensibile, che per tutti loro la vita e la morte sono un tutt’uno e che preferiscono stare dalla parte dei “fottitori piuttosto che da quella dei fottuti”.

“I bambini che ho conosciuto e di cui parlo nel mio libro – spiega Saviano – hanno una mente brillante, sono geniali, capaci di tenere a mente interi brani del Principe di Machiavelli. Il protagonista che nel libro chiamo Nicolas Fiorillo e nella realtà si chiamava Emanuele Sibillo, era brillantissimo e i professori lo ricordano, tutti, anche se quasi non frequentava la scuola”.

Spiega il concetto che quei bambini hanno della vita e della morte. “La velocità della nostra vita ha stravolto il senso della vita e della morte. Negli anni ’80 i capi non cercavano la morte, sapevano che era un rischio del mestiere ma non la volevano. I ragazzini di oggi la vogliono. È un particolare molto importante. Sanno che a causa di questa velocità davanti a loro si aprono due alternative di vita, quella da “sfigati” che significa continuare a vivere da precari, con dei genitori che disprezzano perché considerano perdenti, o quella da vincenti, breve ma che permette loro di afferrare tutto quello che la vita può dare: potere, soldi, amore. E poi morire.”

La “chiacchierata” di Saviano, interrotta di tanto in tanto da qualche domanda di Di Matteo e la testimonianza di Linda De Luca, che dovendo fungere da interprete di Saviano, si è immersa in un mondo per lei sconosciuto, prosegue durante circa due ore.

Scopriamo così che il libro si intitola Le Paranze dei bambini perché, “le Paranze sono quelle barche che escono a pescare di notte. Illuminano il mare e i pesci seguono quella luce ignari di andare verso la morte. Una metafora che si adatta perfettamente a questi ragazzini che vanno verso la luce e vengono uccisi. Il titolo in inglese diventa The Piranhas, pesci violenti, carnivori, che agiscono in branco, altra metafora forte e azzeccata per parlare di bambini che sono diventati “capi” troppo giovani, mordono la vita avidamente e muoiono senza arrivare all’età adulta. Bambini con una capacità incredibile di gestire traffici da milioni e milioni di euro, distinguendo la qualità della droga senza diventarne dipendenti, e organizzando tutto il contesto nel quale questi traffici si muovono”.

Bambini che spesso hanno accanto le proprie madri che se non riescono ad allontanarli dal mondo della malavita, lottano insieme a loro, senza mai abbandonarli. I figli sono una parte viva della loro esistenza e il destino degli uni è indissolubilmente e inevitabilmente legato a quello delle altre.

Bambini che, come gli adulti, hanno soprannomi che non scelgono ma che sono imposti da altri e che si portano appresso anche quando non li amano.

Saviano parla del vasto e complicato mondo delle organizzazioni criminali, dei loro riti, del significato che hanno alcuni dettagli che a un occhio meno attento passerebbero inosservati, dei messaggi che mandano con ogni omicidio. Macabro linguaggio della morte che crea una gerarchia anche tra le vittime che raccontano agli altri la propria storia a seconda se il colpo fatale è arrivato alla nuca, alla faccia, alla schiena. Delle differenze tra ieri, quando i capi ammazzavano solo con l’arma bianca che ti costringe a guardare in faccia la vittima, e quelli di oggi in cui l’arma preferita è la pistola.

Parla del ruolo delle donne, dello spazio di rispetto e timore che alcune si sono create, alle regole che seguono le vedove o quelle che “deve” rispettare chi ha il marito in galera per più di due anni, tempo in cui, secondo i criminali, una donna si mantiene fedele.

Parla di sé stesso, di un’esistenza tranquilla stravolta all’improvviso da un libro, Gomorra, che lo ha trasformato in un “nemico da uccidere”. E così la vita, la sua vita, inizia a camminare con la morte accanto senza più averne paura.

Ci sono strade dalle quali non si può più tornare indietro e Saviano ne ha imboccata una. La scrittura diventa una missione, gronda verità ma sono verità scomode, pochi quelli che vogliono vederle, meno ancora quelli che, dal potere, sono disposti a modificarle. E così la sua vita diventa una gabbia, le sbarre sono formate da una guardia del corpo che non lo lascia di un passo, che gli toglie il piacere di una passeggiata all’aperto, di uno spostamento non pianificato.

Unica città che gli permette una boccata di libertà è New York. In questa metropoli Saviano ha ripreso a camminare e i suoi piedi, ormai disabituati, si sono riempiti di ferite. Ha ripreso ad ascoltare rumori, come quello della metropolitana, che sorprendono, aggrediscono il suo udito abituato al silenzio ovattato e artificiale dei vetri blindati.

Città bolla, la chiama Saviano, perché protetta da un tacito accordo tra i vari gruppi della malavita organizzata che lavorano senza spargimenti di sangue. Gli omicidi, soprattutto se a terra resta un “cadavere eccellente” accenderebbero i riflettori sul business che si svolge in silenzio e tra luci diffuse. Un pericolo che non vuole correre nessuno. Non lo vogliono i russi che secondo Saviano sono sempre più forti a New York, né gli ebrei hassidici che avrebbero il controllo dello spaccio delle droghe chimiche, né i messicani che riforniscono il mercato di cocaina “solamente a New York si trova la Mariposa, la cocaina rosa, la migliore del mondo”, né gli italiani che, seppure azzoppati da Giuliani, continuano a detenere un potere basato sull’onore per cui gli altri boss hanno bisogno del loro permesso per intraprendere un’attività criminale.

Ad una nostra domanda su quale sia l’organizzazione criminale più forte in America Latina, Saviano risponde senza esitare: la ‘ndrangheta. E spiega che la ‘ndrangheta è l’unica organizzazione che può acquistare droga dai cartelli sudamericani e pagare dopo la vendita perché le varie famiglie fungono da garanti una dell’altra. Se una non paga le altre intervengono e fanno fronte agli impegni presi, poi, di ritorno in Italia passano il conto a chi non ha pagato. Da qui deriva la loro forza.

Saviano racconta e affascina. Sembrano le storie di un mondo parallelo sorto dalla fantasia di un affabulatore ma, al contrario, è un mondo drammaticamente reale. Dalle sue parole esce un affresco duro, impietoso, dell’Italia, quella di ieri e soprattutto quella di oggi, sempre più spaventata e chiusa, sempre meno solidale. Un’Italia muta e sorda, che non vuole vedere e punta il dito su chi denuncia le verità.

Un’Italia che fa paura perché insegue luci artificiali e mortali, come quelle delle Paranze.

di Mariza Bafile