May balla sul ciglio del baratro; “La mia Brexit o niente”

Sulle note degli Abba May lancia l'appello all'unità Tory.
Sulle note degli Abba May lancia l'appello all'unità Tory. (ANSA)

LONDRA. – Ballando sul ciglio del burrone, Theresa May lancia la sua ultima sfida: o la mia Brexit o il rischio di restare con un pugno di mosche in mano. Il congresso Tory di Birmingham si chiude così, con un appello accorato, forse disperato, all’unità di un partito diviso; e con una lunga litania di rivendicazioni dei risultati raggiunti, di promesse per l’avvenire e soprattutto di pericoli da cui guardarsi prima di pensare a rese dei conti intestine: il pericolo di un’uscita alla cieca dall’Ue o magari d’uno stop; e il pericolo di perdere il potere a vantaggio del Labour di Jeremy Corbyn, evocato ancora una volta come il solo spettro nero (anzi, rosso) capace di stringere i Conservatori nella paura d’un incubo collettivo.

L’appuntamento ‘con la storia’ si consuma perlomeno senza il finale da ‘oggi le comiche’ del 2017: quando l’intervento della premier era stato funestato dalla tosse, dall’intrusione irridente d’un comico e dal presagio infausto del collasso delle lettere dello slogan montato alle spalle dell’oratrice.

Quasi a voler esorcizzare quelle sventure, e a esibire fiducia di fronte agli agguati degli oppositori di famiglia, lady Theresa stavolta riesce a dar prova di grande disinvoltura. Fino a sbucare sul palco a passo di danza sulle note di un’improbabile ‘Dancing Queen’ degli Abba e a fare autoironia sulle movenze legnose già messe in mostra in una recente visita in Africa.

L’approccio sicuro di sé è tuttavia anche l’immagine di chi sa di essere ormai all’ultima spiaggia. Attaccata a muso duro da Boris Johnson, May – pochi minuti prima di affrontare il podio – si è vista recapitare anche la prima mozione di sfiducia formale: messa nero su bianco da un singolo deputato, James Duddridge. Per ora è poco meno di un avvertimento, ma la premier sa di non poter prendere nulla sottogamba. E condensa il suo lungo speech in un solo vero messaggio: il richiamo a serrare le file, a raccogliersi dietro di lei (almeno per un po’) per “superare “tutti gli ostacoli di “un momento cruciale”.

La Brexit è il traguardo, ripete, giurando di non voler “tradire il risultato del referendum” del 2016. “Ma se ci disperdiamo alla ricerca ciascuno di una Brexit perfetta, il rischio è di finire senza alcuna Brexit”, ammonisce. “Un ‘no deal’ non ci fa paura, se sarà necessario”, puntualizza per venire incontro ai falchi che continuano a tramare per darle il benservito.

Detto questo – e ribadito a Bruxelles che la Gran Bretagna non accetterà mai” di essere separata dall’Irlanda del Nord – May non sottovaluta del resto le conseguenze di un eventuale divorzio senz’accordo: dazi e controlli doganali “duri” da affrontare. Di qui l’ostinazione con cui martella sulla linea di compromesso varata dal suo governo nella riunione dei Chequers: un piano che Johnson vorrebbe “cestinare” come “una truffa” e che Bruxelles ha già in buona parte bocciato, ma su cui la signora di Downing Street si dice ancora convinta di poter fare leva. Impegnandosi a restituire alla fine al Regno il controllo sui “suoi soldi, le sue leggi e i suoi confini”, non senza “la fine una volta per tutte della libertà di movimento” dei migranti Ue.

Alternative? Per May non ne esistono. Non quella d’un secondo referendum, escluso come “un gioco politico antidemocratico”. Non quella dei ‘brexiteers’ ultrà che coi loro ‘no’ preventivi pensano “all’interesse personale e non a quello nazionale”. Men che meno l’ipotesi – “che è nostro dovere scongiurare”, proclama – di passare la mano a un Corbyn tratteggiato, fra gli applausi Tory, come la caricatura di un socialista nemico del business pronto a “impoverire” l’isola a forza di nazionalizzazioni e debito pubblico, un terzomondista che tollera “l’antisemitismo”, un pacifista pronto a intaccare la sicurezza della nazione e “subappaltare la coscienza al Cremlino” avversando ogni azione militare se non autorizzata dall’Onu, dove Mosca ha il veto.

Incubi a cui la premier in carica contrappone le certezze dell’esistente arricchite da tante promesse all’insegna del ‘ma anche’: difesa del libero mercato, ma anche più stato sociale; rigore di bilancio, ma anche l’orizzonte (post Brexit) di un superamento di 10 anni di austerity; tagli di tasse e congelamento delle accise sul carburante, ma anche più risorse per l’edilizia, il welfare, la sanità pubblica e la lotta contro il cancro. Noi dobbiamo essere “il partito delle opportunità, il partito di tutti”, esorta. “Il nostro futuro è nelle nostre mani” ed è “luminoso”, assicura ottimista. Chissà se a danzarci intorno, per cercare di afferrarlo, ci sarà ancora lei.

(di Alessandro Logroscino/ANSA)