Cultura: nel 2030 più interdisciplinari e connessi

Il poster dell'evento: Cultura 2030.
Il poster dell'evento: Cultura 2030.

ROMA. – Da qui al 2030, quale cultura svolgerà un ruolo preminente, quella umanistica, scientifica, sociale o virtuale? Saremo più portati verso la specializzazione o verso la cultura generale? Punteremo ai saperi teorici o alle competenze pratiche? Sono alcuni dei quesiti di Cultura 2030. Come evolverà la cultura nel prossimo decennio, prima ricerca previsionale sul settore, commissionata dai parlamentari del Movimento 5 Stelle delle Commissioni cultura di Camera e Senato dopo già le pubblicazioni Lavoro 2025 e Turismo 2030.

”Uno strumento offerto ai protagonisti politici e sociali”, spiega il presidente della Commissione cultura alla Camera, Luigi Gallo, aprendo i due giorni di lavori che vedranno alternarsi esponenti del mondo culturale come Moni Ovadia, Peter Gomez, Gherardo Colombo, Massimo Villone, Paolo Mottana, Antonio Natali ed Emanuele Vietina.

”La cultura è come una nuvola che ingloba tutti gli aspetti della vita – dice Gallo Tutti abbiamo bisogno di tener vivo il dibattito nei prossimi anni, tenendo presente che la società contemporanea post industriale è dominata dall’informazione, dalla cosiddetta mediosfera e che nel futuro potremmo essere dominati dai grandi player dei media, della rete e della tecnologia che controlleranno sempre più dati, informazioni, conoscenze e formeranno sempre più i nostri processi cognitivi e schemi mentali, influenzando le masse. Solo conoscenza e cultura – aggiunge – saranno fattori imprescindibili di orientamento critico, sviluppo della persona e innovazione. E un solo soggetto può vincere questa sfida: il sistema scuola-università pubblico”, che ha bisogno di ”investimenti e risorse”.

Come sarà dunque la cultura nel 2030? Diretta dal sociologo Domenico De Masi con metodo Delphi e 11 esperti in discipline diverse (cui è stato chiesto cosa pensano avverrà nel 2030), la ricerca racconta che le ultraspecializzazioni faranno perdere di vista le dimensioni universali, con più spazio a interdisciplinarità e orizzontalità degli studi. La vera distanza tra cultura umanistica e scientifica si misurerà in investimenti scolastici, oggi tasto dolente in Italia se, come dice De Masi, ”il finanziamento pubblico all’università tra il 2008 e il 2014 in Italia è sceso del 22% (Germania +23%) e docenti e personale tecnico del 17% in 7 anni. Borse di studio: l’Italia 280 milioni di euro, Germania 2 miliardi”.

Numeri che si riflettono sui risultati: gli adulti laureati sono il 23%, ben sotto la media europea (39%). All’università si iscrive solo il 39% dei diplomati (Spagna 85%) e il 36% di chi ha l’età. Alla laurea triennale arriva il 31%, appena il 20% alla specialistica. Ma secondo la ricerca, nei prossimi dieci anni la cultura maschile farà propri tre valori tradizionalmente considerati più femminili, come estetica, bellezza e cura. Si evolverà la famiglia: più articolata, allargata, interetnica, adottiva e omeoparetale.

E le donne, entro il 2030, sapranno richiamare l’attenzione su temi come polivalenza della sessualità, violenza maschile, valorizzazione della diversità, cura dell’altro e maternità fuori dal matrimonio. Tenderanno però a forme di competitività, sfruttamento ed esclusività proprie del potere.

Ai giovani servirà una mente allargata (anche se in molti percepiranno la propria condizione di giovane come non terminata o persino non terminabile). I ragazzi saranno ”familisti infedeli, credenti non devoti, connessi, con scarsa memoria di lungo termine, intenti a sviluppare la propria identità sui social”, ma disponibili a nuovi valori e forme culturali. Con la musica principale linguaggio espressivo e aggregante.

(di Daniela Giammusso/ANSA)