Balboni: “La lingua italiana legata al Sistema Italia”

Il docente universitario e studioso di glottodidattica spiega alla Voce che l’insegnamento della lingua italiana è oggi parte del “sistema Italia”, e riflette l’Italia moderna, quella che produce, figlia dei grandi artisti che tramuta in Armani, Renzo Piano…

MADRID – Lingua e cultura italiana. L’una a braccetto dell’altra. Non necessariamente sempre assieme. La lingua è senz’altro il veicolo per eccellenza nella diffusione della nostra cultura. Ma non solo. Come ha ricordato il Consigliere Luis Cavalieri, in occasione dell’apertura del “IV Congresso di Glottodidattica teatrale”, è anche uno strumento importante di politica estera. Fu proprio ispirato a una concezione moderna e dinamica della conoscenza della lingua italiana che il sottosegretario agli Esteri, Mario Giro, promosse gli “Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo”; non, come tenne a sottolineare nel discorso inaugurale del convegno, per proporre “un ghetto linguistico in nome della gracile identità chiusa, ma uno strumento aperto di comunicazione plurale”. D’altronde oggi l’italiano è percepito come una lingua di scelta. E’ stato, questo, un concetto ripreso dal professore Paolo Balboni, docente universitario e studioso di glottodidattica, che ha partecipato al Convegno organizzato dal Comitato Dante Alighieri di Madrid, che dirige la dottoressa Donatella Danzi, in collaborazione con “Parla italiano facendo teatro” e l’Università Complutense di Madrid.

Ed è proprio pensando all’evoluzione della nostra lingua come veicolo culturale, che la “Voce” ha chiesto al professore Balboni,  quale importanza, a suo avviso, si dava all’insegnamento dell’italiano in passato e quale valore vi si attribuisce ai nostri giorni.

Il professore Paolo Balboni, la dottoressa Donatella Danzi e il Consigliere Luis Cavalieri, in occasione del Convegno di Glottodidattica

– E’ abbastanza semplice – commenta -. Fino al 2006, al 2008, l’insegnamento dell’italiano, ma anche i finanziamenti dello Stato, quindi non solo in teoria ma anche in pratica, era indirizzato verso i discendenti degli immigranti. Dal 2008, è in atto un’evoluzione rilevante. Si pensa all’insegnamento dell’italiano in funzione dell’interesse per l’Italia. Quindi, non più orientato solo ai discendenti dei nostri emigranti. Ed è laprima grande differenza.

Sostiene, poi, che questa non è stata l’unica innovazione.

– Sempre fino al 2008 – spiega – l’insegnamento dell’italiano era mirato a promuovere Dante, Boccaccio, Raffaello, Michelangelo, Verdi o Puccini. Insomma, i classici dell’arte, della letteratura e della musica . Ora è legato a un progetto che si chiama “Sistema Paese” e al “Made in Italy”. In altre parole, all’Italia moderna; all’Italia che è sempre figlia dei grandi artisti del passato ma che oggi tramuta in Armani, Renzo Piano… Cioè, l’Italia dei nostri giorni, quella che produce. La lingua del ricordo degli immigranti e quella della grandissima stagione letteraria e artistica si è trasformata. Il suo insegnamento è pensato per tutti gli stranieri che sentono un interesse verso la letteratura classica, l’arte, la musica, ma anche il design, la letteratura contemporanea, la cucina, la moda, il cinema. Le quattro “F”: “Fashion”, “Food”, “Forniture” e “Ferrari.” Cioè, tutto quanto produce il “Made in Italy”.

– Quindi, si rivolge anche a uno strato sociale elevato… Non solo economicamente, pensando alla Ferrari, ma anche culturalmente, se si considera cultura il saper mangiare, il sapersi godere la vita. Quello che lei ha riassunto in una sola parola inglese: “slow”.

– Quando ci si rivolgeva ai discendenti degli immigranti, i corsi erano gratuiti -spiega -. Era previsto un finanziamento dello Stato e c’era una legge, la 153, che stanziava milioni di euro a questo scopo.  Oggi, il finanziamento è stato ridotto. In cambio, è cresciuto il sussidio per l’organizzazione di scuole e di corsi i cui costi sono poi coperti dalle persone che li frequentano. Lo stipendio dell’insegnante non è più pagato da Roma, tranne pochissimi casi in cui, ad esempio, è necessario il sostegno di un lettore.  Lo stipendio dell’insegnante, l’affitto della struttura che ospita la scuola e l’utile dell’imprenditore che l’ha creata provengono da coloro che s’iscrivono. I corsi di lingua costano. Tutti. Non solo quelli d’italiano. L’italiano è una lingua di nicchia, spesso con pochi studenti per classe. Quindi necessariamente le persone che s’iscrivono sono di classe media e media alta. Hanno un buon potere d’acquisto. Amano l’opera, uno spettacolo al quale raramente possono assistere studenti senza “soldini”. Chi desidera imparare la lingua italiana è la stessa persona che poi acquista una lampada di Alessi o che indossa una giacca di Armani, se può. C’è uno spostamento verso la classe media alta.

Spiega che la realtà nelle università è diversa poiché diversi sono gli utenti.

– Sono studenti che frequentano le Facoltà di Economia, di Agricoltura, d’Ingegneria e così via – precisa -. Sono studenti che desiderano impiegarsi in aziende italiane. E’ ben vero che la Fiat è internazionale, ma lo è anche che se vuoi parlare con i suoi tecnici devi conoscere l’italiano. Se vuoi fare carriera nella Chiesa devi sapere l’italiano. Se vuoi diventare cantante d’opera, ma anche musicista, devi conoscere l’italiano. Nei conservatori, nei seminari, nelle Facoltà universitarie non ci sono solo studenti di classe media alta. Ci sono nicchie molto precise che vogliono apprendere l’italiano per ragioni di lavoro.

Ci dice che siamo in presenza di due realtà: studenti d’italiano che hanno bisogno di conoscere la nostra lingua per lavoro, scelta quindi che non dipende dalla condizione economica; e studenti d’italiano che aspirano alla sua conoscenza perché la considerano una lingua dello spirito, una lingua che ricorda loro un mondo. Quest’ultimi appartengono a classi privilegiate con un particolare tenore di vita.

– Di solito – commenta – frequentano scuole private. In tutti i casi, siccome l’italiano è una lingua difficile perché ha un sistema verbale impossibile, o la didattica riesce a stimolare piacere nell’apprendimento o molti abbandonano i corsi dopo poco tempo.

E’ ovvio che il concetto nuovo della diffusione della nostra lingua debba implicare una particolare collocazione della scuola italiana. Per questo chiediamo:

– In questo contesto quale sarà il ruolo della scuola italiana all’estero?

– Sono fondamentali – afferma convinto -, come d’altronde lo sono le scuole straniere in Italia. E lo sono soprattutto se hanno, alla fine del percorso, un sistema di esame di Stato integrato. Cioè, valido in due Paesi.

– In questo caso si dovrebbero conciliare due programmi di studio: quello della scuola italiana e quello della scuola locale.

– Sì, è così – ammette -. Ero alla scuola di Barcellona pochissimi mesi fa e analizzavo con un’insegnante amica mia la sua struttura. Ci sono alcune ore che sono proprie della scuola spagnola; altre, invece, che lo sono della scuola italiana. Ad esempio, storia italiana e storia spagnola, letteratura italiana e letteratura spagnola. Il resto, matematica, fisica, biologia, chimica, sono materie comuni. Matematica è uguale in spagnolo e in italiano. Le scuole con programmi integrati sono un sistema per creare la classe dirigente europea del futuro. Quella che poi farà l’Erasmus, che sentirà l’Europa come la sua polis. Nel momento in cui si insegna loro, nella fase di formazione, la lingua italiana, quella francese, quella tedesca, o quella portoghese; nel momento in cui abbiamo dato loro la conoscenza di un’altra lingua, li abbiamo aiutati ad essere meno provinciali. Se lo studente si forma in una scuola spagnola, in Spagna, o italiana, in Italia, il suo mondo è circoscritto alla Spagna o all’Italia. Quando invece integri i due programmi di studio provochi la crisi. E’ una bomba. Lo studente è stato abituato alla diversità. Le scuole italiane all’estero, integrate alle scuole locali, e le scuole straniere in Italia, per la stessa ragione, sono quelle che creano l’Europa del domani. Sono quelle che formeranno i politici, i dirigenti aziendali, i banchieri, gli artisti; coloro che vinceranno perché avranno una marcia in più. È una generazione con una diversaapertura mentale. Gli altri resteranno nelle loro caverne, ad attendere.

– E’ po’ la realtà dei figli degli italiani all’estero che vivono due realtà, che hanno una visione del mondo globale, più amplia, più completa, spoglia del provincialismo che provocano le frontiere.

Sorride e afferma:

– Da sempre i bastardi e imezzi sangue sono superiori…

Lungi da intenzioni denigratorie, l’affermazione del professor Balboni ricalca quanto affermiamo da sempre nel nostro Giornale: le nostre seconde, terze e quarte generazioni, lontane anni luce dalle nostalgie dei propri genitori, hanno abbandonato la vecchia concezione delle frontiere, si sentono cittadini del mondo e, appunto, hanno una “marcia” in più.

– Sempre in questo contesto, come collocherebbe invece la stampa italiana all’estero?

– La nostra stampa spesso, troppo spesso, si è distinta per avere l’occhio verso il passato e non verso il presente o il futuro – commenta -. Si rivolge a quelle generazioni di emigranti che fanno l’abbonamento e lo comprano perché hanno nostalgia del passato.

– Questo forse era vero nell’immediato dopoguerra, nel pieno apogeo della diaspora italiana. Forse lo è stato anche dopo. Ma oggi è molto cambiata.

– Sì, ma sta cambiando secondo i paesi – afferma riflessivo -. Sto pensando, ad esempio, a Toronto, con mezzo milione d’italiani nel quartiere di Saint Clair; sto pensando a Montreal, con 400 mila molisani e abruzzesi addirittura in un unico quartiere. E’ ovvio che la nostalgia sia ancora molto sentita. Invece a Buenos Aires, dove ormai di persone che si sentono emigranti ed esuli non ce ne sono più, la nostra stampa diventa uno strumento di aggregazione della comunità italofona.

– Quindi, parte anch’essa essenziale del “sistema Italia”…

– E’ chiaro…

– E contribuisce alla riflessione, alla formazione delle correnti di opinione pubblica. Non è solo un organo d’informazione. E’ anche uno strumento di opinione che dà voce alle nostre comunità.

– Si, contribuisce alla riflessione – riconosce-. Ci possono essere a volte dei problemi, difficoltà. Le comunità all’estero eleggono 18 parlamentari in Italia. Alcuni giornali potrebbero trasformarsi nella voce del parlamentare eletto in quella circoscrizione. E questo non va bene. C’è tanto da cambiare. Deve cambiare Rai International; devono cambiare le edizioni straniere di Corriere e Repubblica, che devono cominciare a raccordarsi al posto in cui sono poi commercializzate; e devono cambiare i vecchi giornali delle comunità italiane. Non devono guardare indietro, ma avanti …

– Un giornale che non cammina un passo avanti alla propria comunità e la orienta, è destinato a morire…

– I nostri giornali – conclude – devono diventare un punto di riferimento obbligato; un fulcro attorno al quale si raccolgano le persone perché in quel giornale trovano idee, opinioni, informazioni che li riguardano in quanto italiani, italofoni e amanti dell’Italia.

Mauro Bafile