Produttività italiana al palo, ferma a ventidue anni fa

Una fabbrica attrezzata con robot
Istat avverte che l'economia italiana rallenta più del previsto.

ROMA. – Produttività ferma al palo da 22 anni e settore manifatturiero e servizi di nuovo in contrazione dopo l’espansione degli ultimi due anni. Un quadro non certamente incoraggiante per un governo che ha scommesso tutta la sua ‘raison d’etre’ su una crescita di “almeno” l’1,5% l’anno prossimo in virtù delle misure adottate in manovra.

Per 22 anni, tra il 1995 e il 2017, la produttività totale in Italia è rimasta ferma, come media annua, nonostante i progressi iniziati nel 2012, sentenzia l’Istat, spiegando che la produttività del lavoro è aumentata ad un tasso medio annuo dello 0,4% mentre quella del capitale è diminuita dello 0,7%. Per cui la produttività totale dei fattori – che misura la dinamica del valore aggiunto attribuibile al progresso tecnico e ai miglioramenti nella conoscenza e nell’efficienza dei processi – ha registrato in media una “variazione nulla”.

Guardando alla produttività del lavoro in Italia, fa notare l’Istat, tra il 1995 e il 2017 è cresciuta a un ritmo quattro volte inferiore a quello medio dell’Unione europea (appunto lo 0,4% contro l’1,6%). Invece tassi di crescita in linea con la media Ue sono stati registrati da Germania (1,5%), Francia (1,4%) e Regno Unito (1,5%) mentre la Spagna ha segnato un tasso dello 0,6%, di poco superiore a quello italiano.

A girare il coltello nella piaga contribuisce anche l’indice Pmi composto, che monitora l’andamento del settore dei servizi e manifatturiero. A ottobre è sceso ai minimi da novembre 2013, scivolando sotto la soglia dei 50 punti che fa da spartiacque tra espansione e contrazione del ciclo. L’indicatore, rilevato da Markit Economics, è precipitato a 49,3 punti da 52,4 di settembre. Più in dettaglio, l’indice Pmi dei servizi è calato a 49,2 da 53,3 di settembre, il livello più basso da settembre del 2014, mentre la settimana scorsa l’indice Pmi manifatturiero aveva registrato, sempre ad ottobre, un calo a 49,2 punti da 50 di settembre, segnando il valore più basso da dicembre 2014.

“Sulla crescita ci sono ancora segnali di grande debolezza e si deve lavorare su quel fronte, più che tentare di rispondere all’Europa, dove si è deciso chiaramente di costruire la procedura d’infrazione”, ha avvertito il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. E l’Italia appare anche fra i principali rischi globali per il 2019, secondo Moody’s.

Nel suo ‘Global Sovereign Outlook’, l’agenzia di rating americana scrive che la Brexit e gli sviluppi in Italia “potrebbero riaccendere l’instabilità finanziaria in Europa”. In particolare, in Italia l’espansione di bilancio e la revisione della legge Fornero sulle pensioni “potrebbero minacciare la fiducia esterna sia nella capacità del governo di migliorare la produttività, la competitività e la crescita, sia nella sostenibilità del debito”, con il risultato di un rialzo dei rendimenti che “minaccerebbe ulteriormente la sostenibilità del debito”, afferma l’agenzia che il mese scorso ha retrocesso l’Italia a Baa3, portandola ad un gradino dal livello ‘junk’, cioè spazzatura.

(di Alfonso Abagnale/ANSA)