Acqua pubblica: allarme utility, rischio rincari per le famiglie

Acqua pubblica, un manifesto durante il referendum.
Acqua pubblica, il referendum è stato del tutto inutile

ROMA. – L’acqua come bene pubblico è un concetto che trova tutti d’accordo, ma le modifiche allo studio del Parlamento sulla gestione pubblica del ciclo idrico rischiano di pesare sugli investimenti, sull’occupazione e soprattutto sulle tasche dei cittadini, con un aumento dei costi almeno del 15%.

A lanciare l’allarme sono tre delle maggiori società pubblico-private operanti nei servizi pubblici, tutte quotate in Borsa, Acea, A2a e Hera, che evidenziano diverse criticità nelle proposte di legge all’esame della Camera. Alla base delle preoccupazioni delle multiutility, espresse in audizione alla commissione Ambiente, i contenuti delle due proposte di legge di Federica Daga (M5s) e Chiara Braga (Pd) sulla gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque.

“Noi siamo sinceramente preoccupati delle ipotesi fatte. Attraverso una loro realizzazione in questi termini si andrebbe a buttare il lavoro fatto da alcune aziende del settore in questi 10-15 anni”, avverte l’a.d. della multiutility emiliana Hera, Stefano Venier, spiegando che “alcune soluzioni si rifletterebbero in un aumento dei costi per i cittadini e per il servizio”, quantificabili “almeno in un 15%”.

Inoltre si ridurrebbe la capacità di fare investimenti, ci sarebbero “impatti diretti anche sull’occupazione, un aggravio rilevante sulla finanza pubblica”, nonché per le aziende quotate “un impatto estremamente negativo sul valore patrimoniale dei risparmiatori e degli enti locali”.

C’è poi da considerare “la discontinuità che potrebbe venirsi a creare in seguito ad alcune decisioni: dalla cessazione anticipata degli affidamenti ci sono rischi rilevanti in termini di capacità di proseguire gli investimenti”, avverte l’a.d. della milanese A2a Luca Valerio Camerano, che tra le varie criticità delle ipotesi allo studio elenca anche la scelta del sistema di finanziamento: passare dalla tariffa alla fiscalità generale, osserva, avrebbe un impatto sul “reperimento delle risorse che sono ingenti”.

Di qui la necessità di “salvaguardare le aziende miste pubblico-private, anche quotate in Borsa”, puntualizza la presidente di Acea Michaela Castelli, facendo notare come, laddove è stata sperimentata “la gestione completamente pubblica del ciclo idrico, è stata caratterizzata anche da situazioni di gravi emergenze che si protrarranno per decenni”.