Mostre: il caso Moro arriva al Met Breuer di New York

Sala di cinema e sullo schermo immagine del "Caso Moro"
Il caso Moro arriva al Met Breuer di New York

NEW YORK. – Inganni politici, manipolazioni della realtà: la rassegna delle opere in mostra fino al 6 gennaio al Met Breuer non potrebbe essere piu’ attuale nel mondo delle polemiche su “fake news” e “deep state”. Al centro, un caso tutto italiano: si intitola 21 aprile 1978 l’installazione dell’artista americana Sarah Charlesworh ispirata al rapimento di Aldo Moro esposta in “Everything is Connected”, la prima rassegna dedicata negli Usa a come l’arte dell’ultimo mezzo secolo ha interagito con le teorie del complotto. 21 aprile 1978 è la data in cui, partendo dal “Messaggero” a Roma, sui media di mezzo mondo la foto del leader della Dc in mano alle Brigate Rosse andò sulle prime pagine dimostrando, una copia di “Repubblica” in mano, che non era stato assassinato.

L’installazione raccoglie su una parete del Breuer copie alterate di 45 quotidiani mondiali da cui la Charlesworth asportò interamente i testi per lasciare alle immagini il compito di contestualizzare il peso della notizia via via che il bacino di utenza si allontanava dall’Italia.

Esposta inizialmente presso Pio Monti a Roma nell’agosto 1978 con a corredo gli originali dei giornali ottenuti dalle edicole delle Nazioni Unite e di Times Square, l’installazione “voleva mettere in piazza il modo inconscio in cui giornalisti e grafici furono agenti di disorientamento”, afferma Douglas Eklund, che con Ian Alteveer è stato uno dei curatori della mostra: “E come la vera funzione delle news, secondo la Charlesworth, non fosse quella di informare il pubblico ma di difendere l’autorità dello stato in un momento in cui questa autorità era messa messa in crisi”.

“Everything is Connected”, e’ la definizione di paranoia data da Thomas Pychon nel classico della letteratura del complotto Gravity’s Rainbow. L’elezione di Donald Trump nel 2016 è stata la soglia storica oltre la quale il Met Breuer ha deciso di non oltrepassare. Si parte invece dagli anni Sessanta, tra guerra in Vietnam e assassinio di John F. Kennedy per arrivare alla guerra in Iraq, la crisi dell’Aids, perfino gli Ufo.

Partecipano alla rassegna una trentina di artisti divisi in due categorie: da un lato opere basate sull’utilizzo di dati più o meno pubblici, da Wikileaks al Freedom of Information Act, per svelare inganni, affari sporchi e operazioni governative controverse come il “mobile” del venezuelano Alessandro Balteo-Yaxbeck che, evocando le sculture di Alexander Calder, crea un diagramma in 3D dei pozzi di petrolio in Iraq identificati una mappa preparata nel 2001 per il vicepresidente Dick Cheney.

Dall’altro il progetto punta i riflettori su connessioni impossibili da afferrare razionalmente e sullo sforzo degli artisti di visualizzare con opere caledoiscopiche e fantastiche quello che la ragione non è in grado di comprendere.

(di Alessandra Baldini/ANSA)