Il reggae, musica contro i muri, nel patrimonio dell’Unesco

Il reggae simbolo della Giamaica consacrato da Bob Marley
Il reggae simbolo della Giamaica consacrato da Bob Marley

ROMA. – In un mondo che sta chiudendo le sue frontiere, la decisione da parte dell’Unesco di dichiarare il reggae patrimonio dell’umanità e dunque, almeno teoricamente, da proteggere, arriva come una notizia confortante. Il reggae è il simbolo e l’anima della Giamaica e la Giamaica è la terra che ha dato i natali a Bob Marley, prima star globale del Terzo Mondo.

E in fondo, nonostante negli ultimi decenni si sia diffusa a livello mondiale attraverso le più disparate contaminazioni, basta pensare alla recente esplosione del reggaeton, questa musica “in levare” nella sua essenza più pura ha sempre conservato una sua carica di resistenza, ribellione e resilienza.

Non poteva essere più giusta la motivazione che ha sottolineato la forza del reggae nel sollecitare “la presa di coscienza della comunità internazionale sulle questioni di ingiustizia, resistenza, amore e umanità”. Un riconoscimento che arriva a pochi anni dal Nobel a Bob Dylan e che conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, il ruolo decisivo svolto dalla musica popolare nelle sue varie forme, una musica che, per usare le parole di Bruce Springsteen, “ha una natura fisica ma non fa male all’intelletto”.

Nonostante sia nato in una povera isola dei Caraibi, il reggae ha conquistato il mondo perché è il prodotto di un’originale sintesi di varie culture, quella africana degli schiavi portati dagli europei, quella caraibica, di Trinidad come il Calypso e di Cuba come la Rumba, quella nero americana, come il Soul, portata dalle radio, quella locale del Mento e dello Ska.

Ma soprattutto perché ha trovato in Bob Marley un vero e proprio profeta che ha trasformato quel patrimonio in un linguaggio universale con i suoi messaggi di pace e convivenza, con la sua personalità di leader naturale capace di trasmettere i suoi messaggi non violenti a un pubblico chiamato ad abbandonarsi al flusso di un ritmo che accompagna il vibrare del corpo.

Un’icona potente come Bob Marley finisce quasi inevitabilmente per spingere il pubblico a identificarlo con il reggae che in realtà è molto di più dell’opera straordinaria dell’autore di “Exodus”. E che è diventato patrimonio dell’umanità grazie a una storia che, come spesso accade, si muove attraverso l’oceano. Già perché nel 1959, un geniale discografico inglese, Chris Blackwell, uno dei Gran Mogul dell’industria, fondò l’Island Records, etichetta leggendaria.

Blackwell, che ancora oggi ha un suo regno a Kingston, già allora, complici i tanti immigrati giamaicani che vivevano a Londra, faceva parte di un giro di appassionati della musica dell’isola. E così ha cominciato a lavorare su questo repertorio fino a diventare uno dei personaggi chiave per l’esplosione di Marley e la diffusione sul mercato mondiale del reggae, quando dai Rolling Stones a Eric Clapton, le star se ne innamorarono. Il primo a usare questa parola è stato Toots Hibbert nel 1961, nel brano “Do The Reggay”.

Ma a svolgere un ruolo decisivo sono stati i dj che hanno creato il “toasting”, cioè l’abitudine di parlare su un ritmo percussivo. Da qui, attraverso il dub e la dancehall, si arriva facilmente a Kool Herc e ai primi esperimenti rap, all’hip hop e, come già detto, al reggaeton. Per non parlare dell’influenza avuta sul punk (basta pensare ai Clash), sul rock, sul pop, sul jazz e sulle forme più moderne di black music.

Vale la pena considerare che il reggae è un’espressione diretta della religione Rastafari, legata all’Africa, che nel culto di Hailè Selassié, della marijuana, professa la liberazione dalla schiavitù e la giustizia sociale. E’ tutto questo a dare un valore non comune alla decisione dell’Unesco: in fondo è un giusto riconoscimento a una musica che ha conquistato il mondo all’insegna delle “Good Vibrations”. Chissà se chi sfoggia gioielli e status symbol capirà che è davvero un patrimonio da difendere.

(di Paolo Biamonte/ANSA)