Caos Pd, sospetti per nuovo partito di Renzi ma lui smentisce

Marco Minniti, in una immagine d'archivio, rinuncia alla candidatura a segretario del Pd.
Marco Minniti, in una immagine d'archivio, rinuncia alla candidatura a segretario del Pd. ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

ROMA. – Dopo una giornata di suspence e psicodramma per il Pd, Matteo Renzi in serata riesce a dire alla radio che “di scissioni ne abbiamo viste già abbastanza, non è all’ordine del giorno e non ci sto lavorando io a qualcosa di diverso”. Ma resta fortissimo il sospetto che l’ex premier stia pensando a un altro partito, da lanciare all’inizio dell’anno prossimo, prima delle primarie Pd fissate il 3 marzo e delle elezioni europee di fine maggio. E il Pd è scosso.

“Non chiedetemi di fare il burattinaio del congresso”, aveva scritto in mattinata su Fb lo stesso Renzi. E in modo forse rivelatore aveva aggiunto: “Da mesi non mi preoccupo della Ditta Pd, ma del Paese”. La Ditta, il soprannome dato da Pierluigi Bersani al partito, qualcosa che Renzi sente estraneo.

Intanto l’addio di Marco Minniti alla corsa per la segreteria con dietro i renziani e anche il rischio di una nuova scissione, scatenano il conto alla rovescia tra i dem. In Transatlantico, alla Camera, mentre si discute la legge di Bilancio in Aula, l’atmosfera tra i deputati Pd é pensierosa fin dal mattino. Volano battute, gli uni sembrano chiedersi che faranno gli altri in caso di addio del due volte segretario. Qualcuno prova a riproporre ai giornalisti l’ipotesi di Lorenzo Guerini novello candidato renziano al congresso, ma tutti vogliono sapere cosa farà Renzi.

“Il Pd sopravvive senza di lui?”, si chiede un onorevole dem. “Almeno si farebbe chiarezza”, fa un altro. Torna nei discorsi quell’impegno anti-scissione chiesto da Minniti. La possibilità di un altro divorzio – stavolta guidato dal protagonista nel bene e nel male degli ultimi 5 anni del partito -, oscura la gara per la leadership. Maurizio Martina continua a predicare la parola d’ordine “unità contro le divisioni per battere la destra nazionalista che governa”.

E Nicola Zingaretti, favorito dalla ritirata di Minniti che lo seguiva nei sondaggi, in caso di vittoria nella corsa alla segreteria pensa a Paolo Gentiloni presidente del partito e Carlo Calenda capolista alle europee. Un modo per cercare unità e forse un’apertura a una parte dei renziani. Ma al centro c’è sempre il senatore di Rignano.

“Una sua uscita non sarebbe indolore”, avverte Graziano Delrio, non disposto a seguirlo. E lui? “Ieri a Bruxelles ho incontrato diversi commissari europei di vario livello – dice – e hanno spalancato gli occhi di fronte alla manovra italiana”.

In realtà nella capitale dell’Ue si sarebbe parlato di alleanze per la battaglia contro i sovranisti a maggio e secondo alcuni anche del nuovo partito di Renzi. Voci sempre smentite dai suoi, anche oggi dall’ufficio stampa commentando una ricostruzione del sito Dagospia su un appuntamento del 16 con Sandro Gozi, un renziano.

“Se resta nel Pd Renzi deve dare con umiltà una mano alla ricostruzione che abbiamo il dovere di far partire con questo congresso – dice il candidato Francesco Boccia -, altrimenti una separazione consensuale per il bene di tutti. Il Pd sopravviverà comunque”. Per Dario Corallo – che un altro falso lancio d’agenzia descrive come improbabile nuovo candidato renziano “per il reset” – “tutte le candidature finora al congresso sono tattiche e ci saranno altri ritiri dopo quello di Minniti”.

(di Luca Laviola/ANSA)