Colosseo: duemila anni di storia, l’anfiteatro si racconta

Il modello del Colosseo in legno realizzato tra il 1790 e il 1812 da Carlo Lucangeli e Paolo Dalbono.
Il modello del Colosseo in legno realizzato tra il 1790 e il 1812 da Carlo Lucangeli e Paolo Dalbono. Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma. Fotografia di Zeno Colantoni

ROMA. – A far sognare subito è la preziosa quanto rara colonna rosa, in marmo Portasanta fatto venire dalla Grecia. Simbolo e testimonianza della vita qui nel Colosseo duemila anni fa. “Quando sono arrivata era lasciata in un deposito – racconta Rossella Rea, direttrice del monumento – Doveva essere sui palchi più importanti, quello dell’imperatore o quello dedicato alle Vergini Vestali”.

Ecco poi il graffito che ritrae un bambino accompagnato da un adulto, con in mano la palmetta del gladiatore vincitore. Oggi lo additeremmo come un vandalismo, ma per gli studiosi è di fondamentale importanza. “Ci svela che qui venivano portati anche i bambini, forse a scopo educativo, per mostrar loro cosa poteva accadere a chi non rispettava la legge. E anche che esisteva un’attività di vendita di gadget”.

Per la prima volta ‘Il Colosseo si racconta’, come recita il titolo della mostra permanente che da oggi svelerà storia e segreti del monumento simbolo di Roma ai 7 milioni e mezzo di visitatori che ogni anno varcano i cancelli dell’Anfiteatro Flavio. Un percorso di oltre 400 opere che corre attraverso duemila anni, dalla prima epigrafe di fondazione (iniziato da Vespasiano nel 72 d.C., fu inaugurato da Tito nell’80) a quella fatta apporre da Mussolini nel 1926 alla base della Croce sull’arena, passando per la statuaria dei grandi della Roma antica, mosaici, monili perduti dal pubblico, reperti, i capitelli dell’attico finemente scolpiti (anche se erano per la plebe e non visibili a quell’altezza), modellini e opere ispirate nei secoli.

Lungo 12 arcate del II livello (con pannelli in italiano, inglese e cinese) è “una prima importante tappa del ripensamento di visita del monumento”, spiega il direttore del Parco Archeologico, Alfonsina Russo. Realizzata con l’Istituto Archeologico Germanico di Roma e l’Università di Roma Tre, su progetto scientifico coordinato della Rea e prodotta da Electa, la mostra ripercorre gli anni ‘gloriosi’ dei gladiatori e si tuffa poi, capitolo meno noto sebbene più lungo, nella sua trasformazione medioevale in città-fortezza, tra il IX e il XIV secolo.

“Vi si stabilì la potente famiglia dei Frangipane – racconta la Rea – Non vedeva di buon occhio il Papa e da qui potevano controllare i punti di accesso a San Giovanni in Laterano. Occuparono 12 arcate. Il resto erano abitazioni meno ricche a uno o due piani e vere e proprie attività commerciali”.

Il piazzale antistante, come si scopre nella mostra, “era invece affollato di chiese. La più importante, San Giacomo al Colosseo di cui possiamo mostrare una riproduzione degli affreschi solo perché furono copiati nel ‘700, prima che diventasse un fienile”.

Dopo il terremoto del 1349 e il crollo di gran parte del fronte meridionale, ecco l’epoca più buia, con il monumento dimenticato ed espoliato. Sarà riscoperto solo a partire dal ‘700, grazie ai Papi, ‘scavato’ da Napoleone in cerca di tesori e poi meta e sogno di ogni Grand Tour, ‘musa’ di artisti ed architetti, dal pittore Hubert Robert che nel 1762 (probabilmente poco prima di lasciare per sempre Roma) impunemente incise la sua firma nel blocco di marmo dell’ambulacro che apre il percorso di visita, alla perfetta ricostruzione in plastico firmata da Carlo Lucangeli tra il 1790 e il 1812. E ancora, il progetto di Carlo Fontana per una chiesa all’interno dell’Anfiteatro o il Colosseo Quadrato dell’Eur.

Ma i segreti da scoprire sono ancora tanti. “Qui sotto abbiamo ancora 70-80 centimetri di reperti da scavare – conclude la Rea – Ma ovviamente possiamo farlo solo nella parte chiusa al pubblico”.

(di Daniela Giammusso/ANSA)