L’era Bolsonaro tra purghe e stretta per indigeni e Ong

Il neopresidente del Brasile Jair Bolsonaro agita la bandiera nazionale durante l'insediamento.
Il neopresidente del Brasile Jair Bolsonaro agita la bandiera nazionale durante l'insediamento. EPA/MARCELO SAYAO

SAN PAOLO. – Purghe nell’amministrazione pubblica, controllo annunciato delle Ong, misure che compromettono la protezione delle popolazioni indigene: a tre giorni dall’insediamento di Jair Bolsonaro, i primi passi del suo governo cominciano già a preoccupare ampi settori della società brasiliana.

Operativamente, il governo di Bolsonaro non è ancora entrato in funzione, ma i primi annunci sulla riorganizzazione dell’amministrazione hanno già dato chiari segnali riguardo al suo stile politico. Circa 300 funzionari della Casa Civil, dicastero che coordina l’esecutivo, sono già stati licenziati, nel quadro di quello che il responsabile dell’organismo, Onyx Lorenzoni, ha battezzato la “despetizzazione” – cioé l’allontanamento di elementi leali al Partito dei Lavoratori (Pt, sinistra) – della pubblica amministrazione.

“Tutti sappiamo quello che è successo, principalmente a livello federale, duranti i quasi 14 anni in cui il Pt è stato al potere”, ha spiegato Lorenzoni per giustificare la misura, denunciata come una “caccia alle streghe” dall’opposizione.

D’altra parte, il presidente brasiliano ha disposto che il potere esecutivo controlli le attività delle organizzazioni non governative (Ong) e degli organismi internazionali, una iniziativa subito denunciata come illegale. Bolsonaro ha deciso infatti che la segreteria di governo (un organismo con rango ministeriale) avrà fra le sue funzioni quella di “sorvegliare, coordinare, monitorare ed accompagnare le azioni ed attività degli organismi internazionali e delle organizzazioni non governative nel territorio nazionale”.

La mossa è stata subito respinta dalla Associazione brasiliana di Ong (Abong), che ha annunciato che se il governo non cambierà queste istruzioni, “valuteremo la possibilità di presentare un ricorso di incostituzionalità al Supremo Tribunale Federale (Stf)”.

Bolsonaro ha anche tolto alla Fondazione Nazionale per gli Indigeni (Funai) una delle sue attribuzioni più importanti: l’identificazione e demarcazione dei territori indigeni. D’ora in poi ad occuparsene sarà il ministero dell’Agricoltura, che ha affidato a Teresa Cristina, finora deputata e leader del gruppo parlamentare “ruralista”, la lobby che rappresenta in Parlamento gli interessi dei grandi proprietari agricoli, frequentemente in conflitto con gli indigeni per lo sfruttamento dei loro territori.

In campo internazionale, Bolsonaro si è detto “preoccupato” dalla crescente presenza russa in Venezuela, e non ha escluso che in futuro il suo Paese possa accogliere basi militari degli Stati Uniti sul suo territorio, ma non ha ancora annunciato -come aveva promesso durante la campagna elettorale- il trasloco dell’ambasciata brasiliana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.

Il generale Augusto Heleno, responsabile del gabinetto per la Sicurezza del nuovo esecutivo, ha precisato che “non esiste una data definita” per lo spostamento della missione diplomatica anche se “esiste una chiara intenzione che questo avvenga”, sottolineando che “il presidente (Bolsonaro) non lo ha annunciato pubblicamente, né ha preso ufficialmente la decisione”. Tanto l’Autorità palestinese quanto la Lega Araba hanno espresso il loro dissenso per questa iniziativa, sottolineando che comprometterebbe le buone relazioni del Brasile con i paesi arabi. “Se il trasloco avviene, si farà con tutte le precauzioni, per mostrare alla comunità araba che non è una provocazione”, ha spiegato Heleno.