Meno suicidi in Italia e nel mondo, quattro milioni di vite salvate

La mappa dei suicidi nel mondo
La mappa dei suicidi nel mondo

ROMA. – Diminuiscono i suicidi in Italia e nel mondo tanto che, dal 1994 ad oggi, sono oltre 4 milioni le vite salvate. Il dato italiano arriva dall’annuario Istat 2018, che fotografa il fenomeno relativo all’anno 2015. Ma il trend, analizza lo psichiatra Massimo Cozza, direttore del Dipartimento di salute mentale (Dsm) Asl Roma 2, “è chiaro”.

“I decessi per suicidio in Italia – spiega – sono in diminuzione sia in valori assoluti sia in percentuale, passando dai 4.291 (7,1 su 100mila abitanti) nel 2013 ai 4.147 (6,8) nel 2014 fino ad arrivare all’ultimo anno considerato dall’Istat, il 2015, durante il quale i suicidi sono scesi a 3.989 pari a 6,6 su 100mila abitanti”. Nell’ultimo anno rilevato, dunque, in Italia si sono suicidate circa 11 persone al giorno.

Le modalità più utilizzate, rileva l’Istat, sono l’impiccagione e la precipitazione, e al terzo posto per gli uomini le armi da fuoco e per le donne l’avvelenamento. Si tratta, spiega Cozza, a capo del Dipartimento di salute mentale metropolitano più grande d’Italia con una popolazione di 1,2 milioni di abitanti, “di un dato in diminuzione che si inserisce in un quadro mondiale nel quale si evidenzia, dopo il picco dei suicidi nel 1994, un declino del 38% per un totale mondiale di 4 milioni di vite salvate; un fenomeno per il quale vengono date spiegazioni economiche e sociali, di differente lettura nei diversi continenti”.

Anche il dato italiano è di difficile spiegazione: “Si possono fare solo delle ipotesi – sottolinea lo psichiatra – a partire dalla constatazione che nel triennio preso in considerazione c’è stata una costante crescita del Pil reale. Ma il dato fondamentale da considerare – precisa – resta la multifattorialilità del suicidio e l’unicità di ciascuna persona”. I disturbi psichiatrici infatti, spiega, “sono solo uno dei tanti fattori di rischio per i comportamenti suicidari, tanto che è stato rivelato dall’analisi dei certificati di morte nel triennio 2011-2013 che solo nel 15,1% c’è stata le menzione di una malattia mentale”.

Al contrario, in una recente metanalisi di 50 anni di ricerche scientifiche in questo campo sono stati individuati oltre 50 fattori di rischio, molti dei quali sono temporanei. Tra questi l’isolamento sociale, eventi stressanti, problemi cronici di salute, abusi nell’infanzia, l’accesso ad armi letali, stare in carcere, credenze culturali e religiose sulla nobiltà del suicidio, guerre, disastri, essere migrante.

Per l’Italia, resta inoltre significativa la differenza territoriale che registra le più alte percentuali di suicidi nel Nord Est (7,8 su 100mila abitanti) e nel Nord Ovest (7,1), per poi calare al Centro (6,8) e nelle Isole (6,5) fino al minor numero al Sud (4,7). Una possibile spiegazione, afferma Cozza, “potrebbe derivare dalla più solida rete culturale, familiare e sociale presente nel Meridione, nonostante la maggiore povertà”. “Certamente, dunque – conclude l’esperto – possiamo e dobbiamo metter in atto tutte le azioni possibili di prevenzione, in primo luogo di carattere sociale, culturale ed economico, fermo restando l’utilizzo da parte dei servizi di salute mentale dei trattamenti disponibili, ma con la consapevolezza che non ci sono certezze scientifiche predittive che possano impedire ad una determinata persona, con la sua biografia unica, di compiere un atto suicidario”.

(di Manuela Correra/ANSA)