Silvio Mignano: scrivere tra felicità e fatica

ROMA – Dopo una brillante missione, svolta in uno dei momenti più delicati per le relazioni tra Italia e Venezuela, l’Ambasciatore Silvio Mignano, si appresta a lasciare il Paese. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, in questa occasione, non intervistiamo il diplomatico ma lo scrittore. Lasciamo per un’altra occasione il bilancio di una missione svolta con prudenza, tenendo sempre presenti “in primis” le necessità della nostra Collettività e la dignità di un Paese, l’Italia, il cui benessere si basa sui valori della democrazia, della libertà e della solidarietà. Vogliamo conoscere, invece, il Silvio Mignano scrittore, l’intellettuale che si diletta intrecciando fantasia e realtà, esperienza e creatività.  E’ stata battezzata recentemente a Roma la sua l’ultima fatica letteraria: “Il Danzatore Inetto”, edito da “DeriveApprodi”.

– Come è nata l’idea? Quale è stata la molla che lo ha mosso a scrivere questo nuovo romanzo?

– “Il Danzatore inetto” è nato forse in modo diverso dagli altri libri – spiega lo scrittore -. Ed è un processo che considero interessante quando mi soffermo sulla mia autoanalisi letteraria. Si è andato costruendo lentamente nel corso degli ultimi 20 anni. Gli altri libri di narrativa hanno avuto una gestazione relativamente rapida: circa un anno o poco più. “Il Danzatore inetto” è una storia che ho cominciato a scrivere poco dopo aver lasciato Cuba, nel 98. Quindi, direi attorno all’anno 2000. Ha avuto una serie di versioni che non mi soddisfacevano ma che non ho abbandonato. Le ho semplicemente messe da parte per dedicarmi ad altri libri, sempre con l’idea recondita che un giorno avrei rispolverato gli appunti, le memorie. Quasi sempre, e in questo caso non c’è differenza con gli altri libri, tendo a scrivere di realtà che ho già conosciuto e lasciato qualche anno prima. È come se avessi bisogno di prendere una certa distanza dal paesaggio interiore che ho vissuto in Africa, in Bolivia, in altri paesi: una distanza temporale e geografica. E questo, nel caso di Cuba, non fa eccezione. Forse la particolarità è che questa distanza si è dilatata. Parliamo di quasi due decenni.

La conversazione si svolge in un bar, in uno degli angoli di Piazza del Popolo che,  nonostante il clima invernale, è gremito di turisti. Lungo Via del Corso, le vetrine sono già addobbate con motivi natalizi. E’ un frenetico viavai di persone: giovani coppie, famiglie, piccoli gruppi di turisti e anziani che si ritrovano in tour organizzati. Da lontano ci giunge l’eco di una melodia rock che si confonde con altre meno moderne e più nostalgiche.

– La storia, che io racconto – spiega Mignano -, è ambientata effettivamente tra il ‘94 e il ‘98, esattamente gli anni nei quali io ho vissuto a Cuba. Ma non è in alcun modo un racconto autobiografico. E’ un romanzo, una storia complessa, nella quale entrano in gioco vari aspetti della realtà cubana, e quindi della musica, della letteratura, della religiosità afrocubana, di certi ambienti che conosco bene…. Ma è anche un libro con aspetti universali. Utilizzo una storia ambientata a Cuba per raccontare particolari della nostra interiorità che non conoscono confini. E’, quindi, una sorta di romanzo di formazione. Racconta la vita di una persona che nell’affrontare una serie di situazioni nella realtà cubana riflette sul significato del tempo e su alcuni aspetti della propria interiorità che forse avrebbe potuto scoprire anche in altri scenari.

– Quindi uno studio psicologico…

– Sì – ammette -, uno studio psicologico che utilizza molto la realtà esterna. Il titolo stesso “Il Danzatore Inetto” … non si riferisce a un ballerino. E’ la storia di uno scrittore, un critico letterario che, tra le sue particolarità, ha un rapporto conflittuale con la musica, perché la musica è basata sul tempo. Sente che il tempo è una dimensione difficile da controllare, da dominare. Tende a scappar via. E’ immateriale. Quindi, è una metafora della metamorfosi interiore che viviamo tutti con il passare del tempo. Nel corso degli anni, pur rimanendo noi stessi, ci trasformiamo e, a volte, facciamo quasi fatica a riconoscerci. Tutto questo viene riassunto in una metafora: il ballo. Il protagonista del romanzo non riesce a ballare mentre, attorno a lui a Cuba, molti esprimono sé stessi con il movimento del corpo. Ma poi scopriamo che anche questo è solo un pretesto per raccontare altro. E’ un flusso di coscienza continuo, una funzione fondamentale.

– La trama del romanzo la costruisce prima o lascia che le parole la guidino e la penna corra creando un suo ritmo?

– Un po’ le due cose. Senz’altro c’è un’intuizione iniziale: alcune frasi, alcuni capitoli, alcuni capoversi che sorgono da soli. Così si costruisce anche una dimensione estetica che può non piacermi, e quindi abbandono, o che mi convince e porto avanti. A quel punto, però, entra in gioco una strutturazione più convinta. Allora, costruisco la storia e poi continuo a lavorarci sopra… lo stile… gli strati epidermici di parole e di frasi.  Spesso l’inizio affiora quasi di getto, in modo quasi intuitivo.

– I personaggi dei suoi romanzi crescono poco a poco, nella misura in cui avanza la storia, o sono studiati… costruiti a priori? Hanno una loro personalità, ancora prima di essere parte del romanzo?

– Alcuni senz’altro. Ad esempio, il protagonista e l’antagonista o co-protagonista. Li avevo in mente con chiarezza. Posso dire che sono stati disegnati fin dall’inizio. In altri casi, e in questo libro in particolare, nel quale attorno ai protagonisti ruotano decine di personaggi, spesso entrano in scena figure quasi da sole. Nascono durante il cammino della scrittura. Non sono previste. Da una frase, da un’intuizione nascono i personaggi secondari.  “Il Danzatore Inetto” è un libro che ruota attorno al protagonista; ad uno o meglio a due. Poi il lettore potrà scoprire un gioco di specchi tra due figure femminili che fanno da contraltare. “Il Danzatore Inetto” è anche un libro corale perché ci sono decine di altri personaggi che girano attorno ai protagonisti.

– Mentre scriveva non le è accaduto di aver un’idea, un cammino già tracciato e che strada facendo ne sorgessero altri? Non le è accaduto di avere il dubbio se seguire il percorso tracciato in precedenza o, al contrario, di inoltrarsi in quello che l’immaginazione le aveva segnalato in un secondo momento?

– Sempre – ammette -. In alcuni casi, conservo quel materiale per un nuovo libro; in altri, cambio completamente quello che pensavo di scrivere. Pero sì, questo dubbio, questa incertezza su come andare avanti rispetto al personaggio, alla storia che avevo immaginato in modo diverso, avviene spesso.

Spiega che chi ha letto il suo primo romanzo “Una Lezione sull’amore”, un libro con una struttura giallistica basata su un detective, Paolo Veronesi, “si rende conto che il protagonista è il personaggio sul quale stava investigando Veronesi in quel primo libro”.

– Si tratta di Aurelio Schiavi, lo scrittore misterioso – ci dice -. Torna come protagonista, ma in una storia completamente differente. Non è un giallo. Veronesi non appare mai. E poi la struttura è molto ma molto diversa.

– E’ più difficile scrivere o correggere…

Si sofferma. Osserva pensativo la tazzina di caffè, quindi risponde:

– Correggere è senz’altro più difficile. E’ un lavoro certosino, lungo. Io amo molto l’ispirazione. Sono una persona che tende a scrivere con una certa facilità, anche con felicità, perché mi piace molto. Però, alla fine quello dello scrittore diventa un lavoro faticoso. Avviene appunto nella fase della correzione in cui normalmente il 90 per cento del materiale è limato o riscritto. In parte scartato e in parte sostituito. E’ la fase senz’altro più difficile e, in qualche modo, anche meno divertente. Ma è fondamentale per il risultato finale.

– Le capita di scartare parti di cui è particolarmente innamorato?

Sorride. La sua risposta è immediata, spontanea quasi scontata.

– Spesso, spessissimo – ci dice – . E’ uno degli aspetti più difficili per un autore. In quel caso, deve trasformarsi in uno spietato critico di se stesso. Forse in questo libro è accaduto più che in altri. L’ho lasciato decantare. L’ho lasciato per alcuni anni ed è successo proprio questo. Ho pensato: “Tutte queste parti vanno cambiate, non funzionano”. Mentre lo dicevo ero triste perché erano proprio le parti che anni prima avevo amato di più. Ho dovuto essere implacabile con me stesso e dire: “Sbagliavi quando le amavi. Vanno riscritte”.

– Quanto è necessario che ci sia una terza persona che, prima che vada in stampa, rilegga il libro in senso critico? Non la madre, che comunque ti dice: “Bellissimo! Un capolavoro!”. Ma qualcuno capace di leggerlo valutando ogni aspetto, ogni parola, ogni punto o virgola; capace di guardarti negli occhi e dirti qui hai sbagliato, questo non lo scriverei, questo non scorre, questo lo cambierei, questo va male, questo non funziona…

– E’ fondamentale; è molto importante avere un paio di lettori critici. Questo libro, in particolare, ne ha avuti due o tre… Sì… Sono convinto che una voce critica, una persona che sappia dirti la verità con onestà, che esprima apertamente ciò che pensa, è molto importante.

Conclusa una tappa creativa, se ne aprirà un’altra?  Quale sarà la prossima fatica letteraria? Ha già in mente un prossimo romanzo? Lo chiediamo a Mignano che per risposta alza le spalle dubitativo.

– Chissà, forse sul Venezuela. Probabilmente proprio facendo affidamento sull’importanza della distanza, del distacco. Quando un giorno lascerò il Venezuela, verrà fuori qualcosa. O forse anche prima.

– Mio padre diceva che per gli scrittori i libri sono come figli, non esistono preferenze… E’ veramente così? Lei ha un “figlio” preferito?

– Aveva ragione suo padre. E’ difficile sceglierne uno proprio perché sono come un figlio…

– E allora cambiamo la domanda, qual è il libro che le ha dato più soddisfazioni e quali quelli che le sono risultati più difficili da scrivere?

– Il secondo romanzo della serie Veronese, “Le porte dell’Inferno”, è stato senz’altro il più facile da scrivere. Mi ha dato meno problemi. Forse perché era nato come un romanzo on-line, da scrivere per il mio editore di allora Fazi. Gli piacque così tanto che mi disse: “No, non lo pubblichiamo on-line ma direttamente su carta”. Proprio perché lo scrivevo per l’on-line, inizialmente, lo facevo con più leggerezza. Il più faticoso, ripeto, è stato senz’altro quest’ultimo, “Il Danzatore Inetto”.

Mauro Bafile