Da dazi a debito record, la crescita globale vacilla

Deposito auto invendute.
Deposito automobili invendute. (ANSA)

ROMA. – Da Apple alle grandi case automobilistiche tedesche fino a Fca, dalla Cina all’Italia, senza trascurare gli Stati Uniti che reggono grazie allo stimolo fiscale: la crescita nelle principali economie globali comincia ad avere il fiato corto. Non sarà necessariamente recessione, ma presto, anziché riflettere sulla grande crisi finanziaria segnata dal collasso di Lehman Brothers, è probabile che le autorità saranno occupate a evitarne una nuova.

Le borse se ne sono accorte, con pesanti correzioni a Wall Street e in Europa giunte come una doccia fredda sugli azionisti che facevano conto sul ‘Trump Bump’, la spinta del presidente Usa attraverso il suo pacchetto di stimolo fiscale. Salvo poi cominciare a parlare di un ‘Trump Slump’, una fuga dalla Borsa, di fronte a record inanellati dal Dow Jones che a qualcuno sembravano inesauribili.

Dal massimo storico di inizio ottobre, in tre mesi l’indice industriale Usa è crollato del 10%, recuperando solo in parte con la clamorosa marcia indietro di Trump sui dazi dopo la minaccia, a bordo dell’Air Force One, di portarli al 25% su praticamente tutto export cinese rischiando di innescare una pericolosa una corsa alla rappresaglia fra Washington, Pechino, Bruxelles. Ma non è bastato a rassicurare chi vede ombre incombenti sulla crescita mondiale.

Nel frattempo sono giunti numerosi ‘warning’ dalle aziende, dai colossi tecnologici e industriali colpiti sul vivo dalle incertezze sulla ‘guerra dei dazi’, dall’intrinseca debolezza del Dragone cinese, dai timori sulla tenuta della ripresa europea e americana. Apple ha segnato un crollo del 10% a inizio d’anno prima che venisse fuori che il colosso californiano ha deciso un taglio del 10% della produzione dei nuovi modelli di iPhone.

“Lo sguardo di Apple su quanto sta davvero succedendo in Cina (e nell’economia globale, ndr) è probabilmente più affidabile delle informazioni ufficiali”, avverte Alberto Forchielli, economista, esperto di Cina e partner fondatore di Mandarin Capital partners. Secondo Forchielli, le statistiche sul Pil cinese (+6,5%) sarebbero talmente “fasulle” da mascherare una “recessione” già in atto.

Le compagnie europee più forti nell’export, da Volkswagen a Daimler a Bmw, ma anche Fca per quanto riguarda le vendite europee, hanno mandato un segnale altrettanto chiaro: dopo un anno ‘boom’ il 2019 si preannuncia duro. E non si tratta solo delle vendite rallentate in Cina, o dei colli di bottiglia produttivi ‘una tantum’ in Europa che hanno mandato in negativo, a sorpresa, il Pil tedesco nel terzo trimestre.

Il malessere che sembra essersi impadronito della crescita europea, con una recessione in Italia e Germania che si fa prospettiva reale, e quello più latente della crescita americana, riflettono diversi fattori. Dopo un 2018 stellare, gli Usa vedono esaurirsi il maxi-stimolo fiscale di Trump. L’incertezza creata volutamente dal presidente Usa sui meccanismi della globalizzazione ha intaccato gli investimenti. Numerosi fattori geopolitici, come la Brexit o la guerra commerciale, agitano i sonni delle banche centrali.

Sullo sfondo, una ripresa globale che, pur inferiore al 3% di crescita (prima della crisi era sopra il 4%) che va avanti dal 2012: un ciclo destinato a concludersi presto o tardi. Con picchi di crescita robusti in Usa, Cina o Germania, anche se in Italia in molti non se ne sono neanche accorti. Le chance di una recessione globale sono ancora basse secondo gran parte degli economisti.

L’economia americana ha ancora spazio per crescere. Trump farà di tutto per sostenere crescita e Borsa. La banca centrale cinese ha risposto con uno stimolo monetario che aiuterà. La Fed è corsa a segnalare che ha flessibilità. Anche la Bce, nonostante abbia ‘chiuso’ gli acquisti netti di debito, può allontanare il rialzo dei tassi. Ma c’è anche chi vede recessione. A partire da Nouriel Roubini, il Dr Doom della New York University che da mesi va ripetendo: “entro il 2020, le condizioni saranno mature per una crisi finanziaria, seguita da una recessione globale”.

Colpa in larga parte delle politiche di Trump, mentre in tanti, dal Fmi alla Bri di Basilea, avvertono di un debito globale record, 184.000 miliardi di dollari nel 2017, il 225% del Pil globale. Un pachiderma che i mercati hanno finto di non vedere per troppo tempo, e che potrebbe riservare brutte sorprese ora che le banche centrali stanno ripristinando condizioni di ‘normalità’ monetaria.

(di Domenico Conti/ANSA)