La Cina vuole le mani libere nella corsa agli armamenti

La portaerei cinese Liaoning in avvicinamento al porto di Hong Kong. Cina
La portaerei cinese Liaoning in avvicinamento al porto di Hong Kong.

PECHINO. – Ci sono voluti tre anni per portare a termine il riassetto degli organici delle forze armate della Cina: dall’annuncio del 2015 del presidente Xi Jinping, che è a capo della Commissione centrale militare, l’Esercito di liberazione del popolo (Pla) è “dimagrito” di 300.000 unità. Il traguardo raggiunto a 2 milioni di effettivi lo ha ufficializzato lo scorso marzo il premier Li Keqiang comunicando anche la “significativa modernizzazione” di equipaggiamenti e attrezzature, la maggiore integrazione tra civili e militari, e il rialzo dell’8,1% del budget 2018 della Difesa, salito a 175 miliardi di dollari, circa l’1,5% del Pil cinese.

Tra “profondi cambiamenti nelle condizioni nazionali sulla sicurezza”, i piani di Pechino procedono a sostenuti a favore della tecnologia. Le forze armate cinesi saranno “di classe mondiale” per metà secolo, secondo il quadro voluto da Xi: progetti sulla portaerei a propulsione nucleare entro il 2030, sui super caccia di sesta generazione per l’aviazione, sulle unità cyber, sui missili balistici cruise e intercontinentali per garantire “una forte e solida difesa dei confini terresti, costieri e aerei”.

Pochi giorni fa, la tv di Stato cinese Cctv ha mostrato per la prima volta in modo dettagliato le immagini del test di due missili lanciati con successo (malgrado le “difficili condizioni tra basse temperature e tempesta di sabbia”) dalla People’s Liberation Army (Pla) Rocket Force, identificati come DF-26: sono vettori a medio raggio comparsi in parata militare del 2015 che, potendo coprire almeno 4.500 km, si sono meritati il soprannome di “Killer di Guam”, essendo in grado di colpire le basi militari Usa sull’isola nel Pacifico occidentale.

I Df-26 sono ritenuti una minaccia per le portaerei Usa, malgrado manchino riscontri sulla capacità dei vettori di colpire un bersaglio in movimento. Dopo la Liaoning, la Marina ha commissionato la portaerei Type 001A tutta “made in China” che entrerà in servizio entro il 2020. Altre due unità sarebbero in costruzione o in avanzata progettazione, mentre quella a propulsione nucleare è attesa entro il 2030 per lo status di potenza dei mari e del controllo totale delle acque contese come il mar Cinese meridionale.

La Cina vanta il quarto arsenale atomico più grande al mondo con circa 280 testate, contro le 6.450 degli Usa e le 6.850 della Russia, secondo le stime dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Per gli esperti, il prossimo passo è l’ammodernamento accompagnato dalla capacità di dotare jet e missili di piccole atomiche, mossa necessaria per aumentare la capacità di difesa e non solo di deterrenza.

(di Antonio Fatiguso/ANSA)