Brexit: monta la paura di divorzio senz’accordo fra il Regno Unito e il resto d’Europa

Theresa May durante la trattativa della Brexit con l'Ue.
Theresa May durante la trattativa della Brexit con l'Ue.

LONDRA. – Cresce la paura di una Brexit no deal, un traumatico divorzio senz’accordo fra il Regno Unito e il resto d’Europa. E anche l’Italia si apre l’ombrello, istituendo a Palazzo Chigi una task force incaricata di coordinare tutti i possibili piani d’emergenza laddove il 29 marzo dovesse prendere corpo davvero lo scenario peggiore. La task force, come si legge in un tweet diffuso dalla presidenza del Consiglio, avrà il compito di parare il colpo su tutti i fronti soggetti al possibile impatto: “dogane, porti, aeroporti, assistenza e informazioni alle imprese” più esposte.

La prima linea di prevedibili intoppi e disservizi destinati a manifestarsi – con intensità e connotati più o meno apocalittici, a seconda delle diverse valutazioni o allarmi preventivi – nel caso di un taglio netto delle regole interne all’Ue che sovrintendono tuttora alla vasta rete di relazioni fra Londra e i 27. Penisola compresa.

Un quadro che Theresa May sta ancora cercando di salvaguardare, almeno in parte, attraverso la ricerca di un accordo di divorzio possibile, dopo la pesante bocciatura del primo voto di ratifica da parte del suo Parlamento a gennaio. Ma che resta sospeso a una problematica quadratura del cerchio sulle “soluzioni alternative” al contestato meccanismo vincolante del backstop a garanzia del confine aperto fra Irlanda e Irlanda del Nord: un dossier rispetto al quale Bruxelles ha concesso ieri solo una proroga negoziale, in assenza per ora di svolte concrete che neppure il faccia a faccia di stasera della premier Tory britannica a Dublino con il collega irlandese Leo Varadkar sembra poter partorire.

Al di là della volontà ribadita da entrambi di fare tutto il possibile per “scongiurare un no deal” fino all’ultimo, fino alla data prefissata per l’addio formale del 29 marzo. Scadenza del resto ormai ravvicinatissima, 50 giorni scarsi da ora, che suggerisce a ciascuno di prepararsi come può. Italia in testa, tenuto conto del peso dell’interscambio, ma anche del numero di connazionali residenti nel Regno: 330.000 quelli registrati, fra 600 e 700.000 quelli stimati nella realtà.

Un ‘esercito’ di persone per tutelare le quali il governo di Roma è pronto anche a una trattativa “bilaterale” con il Regno – seppure solo come ultima ratio – secondo quanto ventilato oggi stesso dal sottosegretario agli Esteri con delega per gli Italiani nel Mondo, Ricardo Merlo, a conclusione d’una visita di due giorni in riva al Tamigi in tandem con l’ambasciatore Luigi Maria Vignali, direttore generale della Farnesina per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie.

Merlo, che ha incontrato rappresentanze di compatrioti e responsabili delle loro organizzazioni, ha evidenziato come la comunità sia “preoccupata” e “senta una grande incertezza”. Ha aggiunto di aver notato “buona volontà” da parte britannica sul tema del rispetto dei diritti degli europei continentali già trapiantati nel Regno, e di non aver motivo per mettere in dubbio l’impegno ribadito dalla May al riguardo anche nel caso di no deal. “Tuttavia – ha avvertito – le dinamiche politiche possono cambiare la situazione”.

E per questo l’esecutivo italiano “si è preparato a tutti gli scenari”, incluso un ipotetico accordo bilaterale post Brexit con Londra su questo specifico dossier: perché “la difesa degli Italiani” d’oltremanica “è una nostra assoluta priorità”. Uno scenario limite, ha puntualizzato Vignali, osservando come l’obiettivo primario italiano resti al momento quello di favorire un agognato accordo generale di divorzio soft entro fine marzo; o almeno di risolvere separatamente la questione dei diritti dei cittadini nell’ambito di un dialogo fra la Gran Bretagna e l’intera Ue.

Ma non senza riservarsi in terza istanza la ricerca della soluzione bilaterale se tutto andasse storto. Soluzione a cui Roma si prepara in effetti offrendo a priori piena reciprocità. E garantendo fin d’ora, vada come vada il negoziato sulla Brexit, la tutela dei diritti esistenti a tutti i 60.000 britannici che vivono nel Belpaese.